Il Board of Peace e la privatizzazione della politica globale, tra i membri anche Mark Rowan, uno dei nomi più citati nei file Epstein
Rowan è noto anche in Italia per operazioni legate al patrimonio immobiliare di Eni. La sua presenza suggerisce una trasformazione concettuale: i conflitti non sono più intesi come crisi da risolvere, ma come asset da gestire. Rowan dovrà assistere e coadiuvare Trump nella trasformazione delle guerre prossime future in una straordinaria occasione di arricchimento personale
Il Board of Peace nasce con un nome rassicurante, quasi istituzionale. Ma basta osservare la struttura e la logica interna per capire che non si tratta di un organismo diplomatico tradizionale. Piuttosto, appare come un esperimento di governance privata applicata alla politica internazionale: un consiglio d’amministrazione globale che usa il tema della pace per scopi meramente economici.
Donald Trump ha chiarito fin dall’inizio il principio fondante: pay-to-play.
I membri permanenti versano un miliardo di dollari al fondo del Board.
La partecipazione non deriva dalla rappresentanza politica, dalla legittimità democratica o dal peso geopolitico, ma dal gradimento di Trump e dalla capacità di investimento. Chi paga entra, chi non paga osserva. La sovranità, in questo schema, assume la forma di una quota societaria. Il Board of Peace è quindi, di fatto, una trasformazione radicale del modo di intendere la politica.
Per questo il confronto con le Nazioni Unite rischia di essere fuorviante.
Il punto non è stabilire se il Board sia compatibile con il sistema multilaterale esistente, ma riconoscere che opera su un piano differente: quello della mercificazione dell’azione politica. Non un’istituzione che media gli interessi di nazioni diverse, ma un organismo che seleziona i partecipanti sulla base del capitale disponibile.
La composizione del Board conferma questa impostazione. Tra i membri figura Mark Rowan, fondatore e amministratore delegato di Apollo Global Management, uno dei maggiori fondi di private equity del pianeta ma soprattutto uno dei nomi in assoluto più citati negli Epstein Files. Rowan è noto anche in Italia per operazioni legate al patrimonio immobiliare di Eni. La sua presenza suggerisce una trasformazione concettuale: i conflitti non sono più intesi come crisi da risolvere, ma come asset da gestire. Rowan dovrà assistere e coadiuvare Trump nella trasformazione delle guerre prossime future in una straordinaria occasione di arricchimento personale.
Anche i dati economici contribuiscono a delineare il quadro.Trump, infatti, da quando è entrato in carica, ha aumentato il suopatrimonio personale da 4 a 11 miliardi di dollari. 7 miliardi in un anno. Il titolo della principale società di Trump, la Trump Media and Technologies, una società quotata a Wall Street, prima della nascita del Board valeva 38,50$. Il giorno successivo alla firma del trattato costitutivo, il valore è schizzato a 85$. La coincidenza alimenta una domanda che attraversa l’intero progetto: dove termina la funzione pubblica e dove inizia l’interesse privato?
Nel Board compare poi Howard Lutnick, Segretario al Tesoro, con interessi legati a Tether, la stablecoin sempre più intrecciata con l’universo economico della famiglia Trump. Il figlio di Lutnick è inoltre coinvolto, insieme a Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino, in una venture miliardaria in Bitcoin con SoftBank e Bitfinex.
In questo contesto, il conflitto di interessi non sembra un’anomalia, ma una componente strutturale del modello.
Non meno significativo è il luogo di nascita del Board. Lo statuto è stato firmato a Davos, durante il World Economic Forum. Il battesimo della nuova creatura di Trump è avvenuto in presenza di esponenti di primo piano del capitalismo finanziario globale, tra cui spicca Larry Fink, ceo di BlackRock. Un passaggio simbolico: la legittimazione non arriva da un consesso di Stati, ma dal cuore della finanza internazionale. Lo statuto attribuisce a Trump il ruolo di presidente a vita, senza alcun riferimento formale a un mandato istituzionale degli Stati Uniti.
Il Board ruota attorno alla figura personale del leader, in una concezionepersonalistica e patrimonialistica del potere in cui il confine tra incarico pubblico e iniziativa privata si dissolve completamente. L’accesso è su invito, la partecipazione ha un costo, la direzione strategica dipende da un solo uomo.
Più che un organismo multilaterale, un club esclusivo con ambizioni globali.
Oltretutto va rilevato che un intero continente, l’Africa, con l’eccezione del Marocco, non è stato coinvolto nel Board. Eppure l’Africa ha un gran bisogno di pace e di stabilità. Ma l’obiettivo di Trump è un altro.
È un’ulteriore rappresentazione plastica del livello di crisi e del precipizio in cui sta sprofondando l’Occidente, con le evidenti implicazioni geopolitiche che questa situazione comporta. Per la Cina infatti, la nascita di un simile soggetto, in cui politica e affari sono palesemente sovrapposti, è una grande e straordinaria opportunità. Una creatura mostruosa che mette a nudo le contraddizioni del capitalismo occidentale. È il paradigma della fine dell'Occidente. Pechino potrà additare il mostro costruito da Trump per rivendicare la propria alterità: “ecco la vera faccia del capitalismo, il vero mostro da sconfiggere”. Un’arma formidabile a disposizione della propaganda cinese.
Anche la dimensione simbolica rafforza questa lettura. Trump ha presieduto il Board presso il Donald J. Trump United States Institute of Peace, edificio ribattezzato con il proprio nome. Secondo la CNN, l’organismo era stato inizialmente concepito per supervisionare la ricostruzione di Gaza, ma il mandato si è rapidamente ampliato fino a includere la gestione dei conflitti globali, mentre la bozza di statuto non contempla più la Striscia. L’obiettivo dichiarato dallo stesso Trump è ancora più ambizioso ed eversivo: il Board dovrebbe “supervisionare le Nazioni Unite e assicurarsi che funzionino correttamente”.
Una formula che implica la creazione di un organismo parallelo, capace di esercitare influenza su istituzioni nate per rappresentare gli Stati.
Anche il dossier Gaza chiarisce la natura del progetto. Il piano presentato a Davos da Jared Kushner prevede la trasformazione della Striscia in una “Riviera del Medio Oriente”. I primi 17 miliardi stanziati dal Board sono quindi destinati a una ricostruzione concepita più come valorizzazione economica del territorio che come soluzione politica. Israele è presente nel Board mentre i rappresentanti palestinesi non sono stati invitati. Una scelta che vale più di qualsiasi dichiarazione ufficiale. Del resto il sostegno di Trump a Israele è documentato ufficialmente dalla Casa Bianca: “Il presidente Trump ha nominato il governatore Mike Huckabee, fedele alleato di Israele, ambasciatore in Israele”. In una recente intervista rilasciata a Tucker Carlson l’ambasciatore USA in Israele ha chiarito la propria visione politica sul Medio Oriente: "Israele dovrebbe espandersi dall'Egitto all'Eufrate, sarebbe bello se si prendesse tutta l’area mediorientale".
Sempre in una nota ufficiale della Casa Bianca si legge che “Il presidente Trump ha sostenuto con fermezza lo Stato di Israele durante tutta la guerra con Hamas, garantendo la pace attraverso la forza non solo in Medio Oriente, ma in tutto il mondo.” E la narrativa ufficiale resta la stessa: pace attraverso la forza.
“La guerra è pace”, scriveva Orwell. Oggi sembra più uno slogan operativo che una citazione letteraria. In un mondo dove il bipensiero diventa metodo di controllo politico e di governo, gli altri due motti di “1984” suonano meno come avvertimenti e più come istruzioni per l’uso: “la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”.
Di Marco Pozzi