Quattro anni nell’abisso: cronache dal fronte eterno d’Europa, tra potere, propaganda e pace fantasma
Missili, propaganda e diplomazie psicotiche: viaggio allucinato tra potere, paura e pace sempre rimandata
Quattro anni di guerra sono un’eternità elastica: si allungano come ombre al tramonto e si accorciano nei bollettini delle venti. L’Europa ha imparato a fare colazione con le mappe interattive e ad andare a letto con il ronzio dei droni nelle orecchie. Nel mezzo, un continente che parla di valori mentre conta i proiettili.
Ho visto capitali trasformarsi in studi televisivi permanenti, leader diventare simboli, simboli diventare brand. La guerra è un animale notturno: si nutre di paura e restituisce identità. Ogni dichiarazione è una granata lessicale, ogni vertice un ring dove si combatte a colpi di narrativa. Intanto le città bruciano con una compostezza quasi burocratica.
A Kiev il potere indossa la finta giacca della resistenza e la ancora più finta cravatta della diplomazia; a Mosca il Cremlino mastica storia e la sputa come destino. Washington osserva, pesa, invia, promette: alleanze come corridoi aerei, sanzioni come tempeste programmate. È un teatro a più palchi, dove nessuno vuole essere l’attore che esce per primo di scena.
La pace? Una parola lucida, tenuta in vetrina. Compare nei discorsi, svanisce nei dettagli. Ogni spiraglio sembra aprirsi su un corridoio più stretto. E così il conflitto diventa abitudine, la mobilitazione diventa calendario, l’emergenza diventa sistema.
Nel frattempo, la gente comune fa ciò che ha sempre fatto nelle guerre lunghe: sopravvive. Ricostruisce finestre con il nastro adesivo, impara nuove geografie del rischio, coltiva un futuro in vasi troppo piccoli. Quattro anni sono abbastanza per cambiare una generazione, ma non abbastanza per spegnere l’incendio. E l’Europa resta lì, con l’odore di fumo nei vestiti, a chiedersi quando finirà questo interminabile presente.
Intanto, nei miei incubi peggiori, la guerra ha dato voce a Carlo Calenda.