Iran, la diplomazia armata degli Usa e la risposta del blocco eurasiatico: il Medio Oriente alla soglia decisiva

Il più grande schieramento americano dal 2003 mira a piegare Teheran, ma Russia, Cina e monarchie del Golfo complicano i piani: la crisi segna lo scontro tra unipolarismo e multipolarismo

La diplomazia del bastone

Il dispiegamento militare statunitense in Medio Oriente è il più imponente dai tempi dell’invasione dell’Iraq del 2003. Navi, bombardieri, sistemi antimissile: una massa critica che non ha solo valore operativo, ma soprattutto psicologico. Washington, insieme a Tel Aviv, sembra applicare la logica del “parlare a nuora perché suocera intenda”: il messaggio è rivolto a Teheran, ma anche a tutti gli attori regionali e ai partner globali. La dimostrazione di forza mira a sbloccare negoziati, ma anche a ricordare chi, nell’ordine euro-atlantico, detiene ancora il primato militare.

Teheran non accetta mezze misure

Dal canto suo, l’Iran considera la pressione americana una forma di diplomazia estorsiva. La linea ufficiale è chiara: nessun “colpo simbolico” per salvare la faccia alla Casa Bianca sarà tollerato.

Secondo la leadership iraniana, un attacco, anche limitato, riceverebbe una risposta totale. È una posizione che riduce gli spazi di compromesso e rende l’escalation più probabile. La Repubblica islamica non sembra disposta a offrire vie d’uscita onorevoli a Washington.

Il sostegno di Mosca e Pechino

In questo quadro si inserisce la cooperazione trilaterale tra Iran, Russia e Cina. Le esercitazioni Maritime Security Belt 2026, svolte in più fasi tra gennaio e febbraio, hanno ribadito l’esistenza di un coordinamento navale e strategico nell’Oceano Indiano e nel Golfo.

Mosca e Pechino forniscono assistenza in ambito radar, guerra elettronica e intelligence. La Russia, pur limitata dall’impegno ucraino, non può permettere un crollo iraniano che rafforzerebbe ulteriormente la pressione occidentale sui propri confini meridionali.

La Cina, più prudente, gioca una partita silenziosa ma decisiva, consapevole che un Iran neutralizzato significherebbe maggiore vulnerabilità energetica.

Le monarchie del Golfo: alleate ma non arruolate

Contrariamente a una lettura superficiale, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati non sembrano intenzionati a partecipare a un conflitto. A Riad prevale la logica della stabilità economica. Gli accordi siglati con Washington durante la visita del principe Mohammed bin Salman negli Stati Uniti – investimenti fino a 1000 miliardi di dollari tra difesa, tecnologia e nucleare civile – rappresentano un’arma a doppio taglio. Gli Usa ottengono capitali e partnership; i sauditi acquisiscono tecnologie avanzate e margini di autonomia. Non a caso nei Paesi del Golfo sono dispiegati soprattutto sistemi THAAD e Patriot, chiaramente orientati alla difesa di infrastrutture energetiche e siti sensibili. Le basi e lo spazio aereo sono ufficialmente negati per operazioni offensive contro l’Iran.

Israele e la pressione sull’America

Israele spinge per un’azione risolutiva. Il governo di Benjamin Netanyahu ritiene che il momento sia favorevole e che la deterrenza vada ristabilita con la forza. Negli Stati Uniti, tuttavia, il presidente Donald Trump si trova davanti a un dilemma strategico: colpire rischiando perdite e ripercussioni elettorali, oppure rinviare apparendo debole. L’attacco è stato rimandato due volte. Ma il tempo politico, in vista delle mid-term, non è infinito.

Il nodo cinese e la memoria del 1914

Per Pechino la posta in gioco è enorme. Senza l’Iran, la Cina vedrebbe restringersi le proprie rotte energetiche e commerciali. La situazione ricorda, per certi aspetti, la Germania pre-1914: grande potenza industriale, ma geograficamente esposta e dipendente da linee di rifornimento controllate dall’avversario. La Cina non cerca lo scontro diretto con gli Stati Uniti, ma non può assistere passivamente alla perdita di un partner strategico. La sua risposta sarà indiretta, calibrata, ma non irrilevante.

Una soglia storica

La crisi iraniana rappresenta una soglia sistemica. Non è soltanto una contesa regionale: è il banco di prova tra ordine unipolare e mondo multipolare. Un eventuale attacco aprirebbe scenari imprevedibili: coinvolgimento indiretto dei Paesi del Golfo, rischi di incidenti tra forze americane e cinesi, tensioni energetiche globali. Siamo entrati in una fase in cui le giustificazioni morali contano meno della forza nuda. Il linguaggio è diretto, privo di infingimenti. La domanda decisiva non è chi possieda l’arsenale più potente, ma chi sia disposto a sopportare il costo politico, economico e militare di un conflitto prolungato. Ed è su questa variabile che si giocherà il futuro equilibrio tra Washington e il nascente asse eurasiatico.