Iran, multipolarismo e guerra ibrida: perché lo scontro con gli Usa può ridisegnare Medio Oriente e ordine globale
Dalla lezione della “guerra dei 12 giorni” alla sfida navale nel Golfo, fino alla partita spaziale tra Washington e Pechino: la crisi iraniana è il crocevia tra egemonia americana e nuovo equilibrio multipolare
La lezione della “guerra dei 12 giorni”
Il precedente conflitto ha mostrato un dato essenziale: la supremazia tecnologica non garantisce automaticamente il controllo del campo. Oggi gli Stati Uniti concentrano nella regione oltre 120 aerei cisterna, segnale di un’operatività concepita per colpire da distanza di sicurezza, riducendo l’esposizione diretta al fuoco iraniano. Una strategia simile a quella già adottata da Israele. Ma Teheran non è rimasta immobile. Negli ultimi mesi ha investito nel rafforzamento della propria difesa aerea integrata, combinando radar, droni, unità navali e sistemi mobili. Se nella precedente crisi la distruzione dei radar principali aveva paralizzato la rete, oggi la struttura appare più distribuita e resiliente. Un collasso sistemico totale è meno probabile.
Radar, AN/TPY-2 e vulnerabilità americane
In caso di escalation, l’Iran potrebbe puntare sui radar statunitensi AN/TPY-2, cruciali per l’intercettazione dei missili. Neutralizzarli significherebbe alterare l’equilibrio informativo. La guerra moderna è innanzitutto guerra dei sensori. Senza occhi elettronici affidabili, anche la superiorità aerea perde efficacia. È qui che si giocherebbe una prima partita decisiva.
Guerriglia navale nel Golfo
Un altro elemento nuovo sarebbe il teatro marittimo. Le forze iraniane sono strutturate per una guerra asimmetrica: missili antinave a lunga gittata, motoscafi veloci armati, droni subacquei e una flotta di circa trenta sottomarini. Non è una sfida sul tonnellaggio contro la US Navy, ma sulla logica dello sciame: attacchi rapidi, a basso costo, ad alto impatto psicologico. Una forma di guerriglia in mare capace di logorare nel tempo anche una potenza superiore. L’opinione pubblica americana dovrebbe prepararsi a perdite e a una guerra più lunga del previsto.
Russia, Cina e il sostegno silenzioso
Negli ultimi mesi cargo provenienti da Russia e Cina sono atterrati in Iran. È plausibile che si tratti di forniture strategiche. Pechino, inoltre, avrebbe rafforzato il monitoraggio aerospaziale nel Golfo, contribuendo a migliorare le capacità di rilevamento iraniane. Mosca, impegnata sul fronte ucraino, non può esporsi direttamente, ma ha interesse a evitare un collasso iraniano che rafforzerebbe l’egemonia occidentale. La partita è delicata e si gioca su un equilibrio sottile.
La soglia politica americana
Donald Trump ha accumulato un potenziale militare difficilmente spiegabile come semplice bluff. Tuttavia, un conflitto con perdite rilevanti alla vigilia delle mid-term potrebbe rivelarsi politicamente devastante. Ritirarsi senza risultati concreti, però, incrinerebbe l’immagine di deterrenza americana. Ecco il dilemma strategico: colpire o rinviare, sapendo che il tempo gioca contro.
Multipolarismo o egemonia
La battaglia per l’Iran non è solo regionale. Per la Cina rappresenta un nodo energetico e geopolitico essenziale. Un Iran neutralizzato significherebbe per Pechino maggiore dipendenza marittima sotto controllo statunitense. Il confronto tra blocco israelo-americano e asse russo-cinese assume così una dimensione sistemica: è lo scontro tra ordine unipolare e multipolarismo emergente.
La guerra per l’orbita bassa
Parallelamente si combatte un’altra battaglia, meno visibile ma altrettanto cruciale: quella spaziale. La Cina ha presentato all’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni richieste per oltre 200.000 satelliti, con l’obiettivo di consolidare la propria presenza in orbita terrestre bassa. Qui lo sfidante diretto è SpaceX, con la costellazione Starlink. In Ucraina, tali sistemi hanno dimostrato quanto la connettività satellitare sia ormai un moltiplicatore di forza militare. Pechino vuole evitare dipendenze strategiche e costruire una propria infrastruttura autonoma. È la dimensione tecnologica del nuovo confronto globale.
Archetipi del potere e narrazioni
Ogni guerra ha bisogno di una narrazione. Il potere moderno non si presenta più solo come forza, ma come protezione, come necessità morale. Vestire la coercizione da “cura” è una strategia antica. Nel mondo attuale, dove l’informazione corre in tempo reale, la legittimazione simbolica conta quasi quanto la potenza militare.
Una soglia storica
Se l’attacco avverrà entro l’estate, il conflitto potrebbe estendersi al Golfo, coinvolgere attori regionali e generare incidenti tra grandi potenze. Non siamo più nella stagione delle guerre mascherate da operazioni di polizia internazionale. Il confronto è aperto, diretto, senza infingimenti. La domanda non è chi sia più forte, ma chi saprà resistere più a lungo. In questo senso, la crisi iraniana potrebbe segnare il passaggio definitivo verso un sistema internazionale in cui la forza è di nuovo l’argomento ultimo.