Multipolarità o nuova unipolarità? L’America di Trump tra mito imperiale e declino strategico dell’Occidente

Dall’Iran alla NATO ridisegnata, la “liberazione” americana dai vincoli dell’ordine liberale accelera la crisi europea e mette alla prova la vera natura del mondo multipolare

La multipolarità sotto accusa

Un recente saggio apparso su Foreign Affairs, storica rivista del Council on Foreign Relations, sostiene una tesi destinata a far discutere: la multipolarità sarebbe in realtà un’illusione. Nonostante l’ascesa di nuove potenze, il sistema internazionale resterebbe sostanzialmente unipolare, con gli Stati Uniti unica vera iperpotenza. Secondo questa lettura, il ritorno di Donald Trump avrebbe semplicemente reso esplicito ciò che già esisteva: Washington non intende più recitare il ruolo di garante benevolo dell’ordine globale, ma agisce apertamente secondo una logica transazionale, fondata sul puro interesse nazionale. La novità non sarebbe dunque la fine dell’unipolarismo, bensì la fine della sua retorica morale.

Ordine “basato sulle regole” o potere senza maschera?

Per oltre trent’anni, l’egemonia americana si è fondata sull’idea di un “ordine internazionale basato sulle regole”, erede della stagione post-Guerra fredda e della “fine della storia” teorizzata da Francis Fukuyama. Quel sistema, tuttavia, imponeva un vincolo narrativo: gli interventi militari dovevano essere giustificati, le guerre presentate come missioni di stabilizzazione, le sanzioni come strumenti etici. Con Trump questa architettura simbolica è stata smantellata. Il mondo – è la nuova impostazione – è governato dalla forza, non dalle formule giuridiche. Una posizione brutale ma coerente con il realismo politico classico. Il punto cruciale, però, è un altro: l’abbandono della retorica liberale non coincide automaticamente con una maggiore efficacia strategica.

Iran, Venezuela e Groenlandia: potenza reale o teatro geopolitico?

Gli Stati Uniti hanno dimostrato di poter colpire in Medio Oriente con rapidità e superiorità tecnologica. Ma la domanda centrale è: questi atti producono risultati strutturali? Nel dossier Iran, così come nel caso Venezuela, si sono viste operazioni ad alto impatto mediatico, ma dagli esiti concreti incerti. Il potere reale non si misura dalla capacità di lanciare un attacco, bensì dalla capacità di ottenere vantaggi geopolitici duraturi. Persino la vicenda della Groenlandia – evocata come simbolo di una nuova assertività americana – ha mostrato i limiti di un approccio fondato sull’intenzione più che sul risultato. L’effetto dimostrativo non equivale alla trasformazione strategica. Al contrario, la Russia, nel teatro ucraino, ha perseguito obiettivi territoriali e strategici ben definiti, conseguendo risultati concreti – pur in un contesto di fortissima pressione internazionale. È lecito allora chiedersi: cos’è il potere reale? La capacità di proclamarsi indispensabili o quella di modificare stabilmente i rapporti di forza?

Il nodo Cina: numeri nominali o potere sistemico?

Uno dei pilastri della tesi unipolare è la superiorità economica americana. Ma molto dipende dal parametro adottato. In termini nominali il PIL statunitense resta superiore; in termini di parità di potere d’acquisto, la Cina ha ormai colmato – e secondo molti superato – il divario. È vero che Pechino non dispone ancora della stessa proiezione militare globale di Washington. Tuttavia compensa con una straordinaria capacità di proiezione economica, infrastrutturale e finanziaria. Il risultato è una forma di asimmetria equilibrata: non un’unipolarità incontestata, bensì una crescente bipolarizzazione sistemica. La multipolarità, dunque, non è un evento improvviso ma un processo graduale. E la reazione americana – più muscolare e meno vincolata – può essere letta anche come sintomo di una transizione difficile.

La NATO ridisegnata: più Europa, stesso controllo?

Il riassetto dei comandi della NATO dopo la Conferenza di Monaco ha segnato un passaggio simbolico: i tre Joint Force Commands operativi saranno guidati da europei. L’Italia a Napoli, il Regno Unito a Norfolk, Germania e Polonia a Brunssum.

A prima vista sembra un passo verso una NATO più europea. Ma il nodo resta il livello strategico: lo SHAPE di Mons continua a essere guidato da un comandante americano con doppio incarico come capo dello US European Command.

Ancora più decisivo è il controllo delle capacità C4ISR – comando, controllo, comunicazioni, intelligence, sorveglianza e ricognizione. Su questo terreno la dipendenza europea dagli Stati Uniti è quasi totale. Senza accesso alle reti e ai sistemi satellitari americani, nessuna pianificazione operativa complessa è realmente autonoma.

Cedere il “volante” mantenendo sotto chiave navigazione e carburante non equivale a trasferire la sovranità strategica.

Burden sharing o disimpegno silenzioso?

La riduzione del personale statunitense nei comandi NATO e il mancato rimpiazzo di centinaia di posizioni tecniche indicano una tendenza chiara: Washington vuole ridurre il proprio footprint in Europa, concentrando risorse sulla competizione con la Cina.

Le riflessioni di realisti come Stephen M. Walt sull’“offshore balancing” trovano oggi una concreta applicazione: meno presenza diretta, ma mantenimento del controllo strategico.

L’ambiguità americana è deliberata. Se la minaccia russa fosse giudicata imminente, il disimpegno sarebbe irresponsabile; se invece non lo fosse, l’intera narrativa emergenziale europea perderebbe consistenza. Mantenere l’incertezza consente a Washington di esercitare pressione politica sugli alleati senza assumere impegni irrevocabili.

Multipolarità in arrivo o mito dell’iperpotenza?

La tesi secondo cui la multipolarità sarebbe un’illusione appare, a un esame più attento, parziale. Gli Stati Uniti restano la potenza più forte, ma molte delle loro recenti iniziative non hanno prodotto risultati decisivi.

Il potere reale non è fatto di proclami, bensì di esiti misurabili. Se le azioni americane in Medio Oriente e altrove continueranno a generare ambiguità più che trasformazioni, la narrativa dell’iperpotenza rischierà di trasformarsi in mito compensativo. La multipolarità non nasce dall’assenza di una potenza dominante, ma dall’emergere di attori capaci di limitarne l’azione. In questo senso, il mondo sta cambiando.

La domanda decisiva non è se l’America sia ancora potente, ma se possa continuare a esercitare il proprio potere senza costi crescenti e senza risultati proporzionati. Se la saga iraniana si concluderà con un nuovo stallo, sarà un ulteriore indizio che la stagione dell’unipolarismo incontestato appartiene al passato. Se invece Washington riuscirà a riorganizzare lo scacchiere mediorientale in modo duraturo, la storia potrebbe smentire chi parla di declino. Per ora, ciò che vediamo non è la fine dell’America, ma la fine della sua illusione di onnipotenza. E forse l’inizio – lento, conflittuale, imperfetto – di un ordine davvero multipolare.