Germania, Europa e Russia: le Cassandre ignorate e l’illusione bellica di un’Unione senza bussola

Dal modello export tedesco alla rottura con Mosca, fino allo scontro globale tra Stati Uniti e BRICS: l’Europa paga errori strategici e oggi cerca nella corsa agli armamenti una via di fuga.

Le Cassandre d’Europa

Nella tragedia greca, Cassandra vedeva il futuro ma nessuno le credeva. Oggi non servono doti divinatorie per comprendere la traiettoria dell’Europa: basta una solida cultura storico-politica e un minimo di indipendenza dal conformismo mediatico. Da anni economisti, analisti e diplomatici mettono in guardia contro l’erosione del mercato interno europeo, la dipendenza energetica mal gestita e la subalternità strategica a Washington. Eppure, come nella leggenda, le Cassandre contemporanee vengono ignorate, mentre chi ha sostenuto scelte fallimentari continua a dispensare lezioni.

Il modello tedesco e il “beggar thy neighbour”

Per oltre un decennio la Germania ha imposto all’Unione la propria ortodossia: austerità, riduzione dello Stato sociale, compressione salariale. Sotto la regia di figure come Wolfgang Schäuble, Berlino ammoniva i Paesi mediterranei – sprezzantemente riassunti nell’acronimo PIGS – sulla virtù dei conti in ordine. Il cuore del modello era un costante surplus commerciale, sostenuto da tre pilastri: 1) energia a basso costo proveniente dalla Russia; 2) moderazione salariale interna e delocalizzazioni nell’Europa meridionale; 3) un euro strutturalmente sottovalutato rispetto alla potenza industriale tedesca. Era una strategia di impoverimento relativo dei vicini, un classico “beggar thy neighbour”. Quando tra il 2011 e il 2016 la Grecia veniva piegata da politiche draconiane, Berlino parlava di “azzardo morale”. Oggi, dopo due anni di stagnazione e una crescita anemica nel 2025, la locomotiva arranca.

Energia, rottura con Mosca e declino industriale

Il punto di svolta è stato il taglio dei rapporti energetici con Mosca. La scelta, giustificata come opzione morale, ha privato l’industria europea – e tedesca in primis – di un vantaggio competitivo decisivo. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: deindustrializzazione, costi energetici elevati, perdita di quote di mercato. E mentre il ramo su cui era seduta veniva segato, l’Europa non costruiva alternative strutturali credibili. Ora, di fronte al declino, si propone una nuova corsa agli armamenti come stimolo economico e risposta strategica. Ma sostituire il gas russo con la spesa militare non equivale a ricostruire un modello di sviluppo.

Mosca, Anchorage e il realismo di Lavrov

Nel frattempo, sul fronte orientale, si osservano dinamiche complesse tra il Cremlino e Washington. Le dichiarazioni di Sergey Lavrov sul mancato rispetto dello “spirito di Anchorage” da parte americana non sono sfoghi propagandistici, ma riflettono una lettura realista: sanzioni inasprite, pressioni sugli alleati di Mosca, sostegno indiretto a Kiev. Chi ipotizza fratture tra Lavrov e Vladimir Putin dimentica la coerenza strategica russa. Dopo aver messo in discussione l’unipolarismo con l’intervento in Ucraina, Mosca non può permettersi passi indietro senza perdere credibilità, specie verso i partner dei BRICS.

Trump, metodo e ambiguità

L’eventuale ritorno di Donald Trump introduce un elemento ulteriore. Dietro la retorica della pace si intravede una strategia: contenere e frammentare l’area BRICS, delegare agli europei il peso del confronto con Mosca e concentrare lo sforzo principale contro la China. Non è follia, ma metodo. La differenza rispetto alle amministrazioni precedenti non sta negli obiettivi, bensì nello stile: meno moralismo, più brutalità dichiarata. Per Mosca, un avversario imprevedibile può risultare più insidioso di uno apertamente ostile.

Europa senza autonomia

In questo scenario l’Unione Europea appare priva di autonomia strategica. Le polemiche contro figure come Francesca Albanese, accusata di antisemitismo per critiche al sistema politico occidentale, rivelano un clima in cui il dissenso viene delegittimato. L’Europa che si proclama paladina dei diritti fatica a ritagliarsi un ruolo di mediazione. Anzi, si distingue per l’intransigenza verso Mosca e per l’allineamento a Washington. È una postura che rischia di trascinare il continente in una logica di confronto permanente.

Hic Rhodus, hic salta

La Russia e la Cina sanno che l’Occidente non tollera rivali sistemici. Dopo le guerre dell’oppio, Pechino ha imparato cosa significhi dipendere da potenze ostili; Mosca ha vissuto gli anni ’90 come un monito. Non si tratta di santificare nessuno, ma di riconoscere una realtà geopolitica: chi ambisce a un ordine multipolare deve essere pronto a sostenerne il prezzo. La retromarcia, oggi, sarebbe più pericolosa dell’escalation controllata. Quanto all’Europa, continua a ignorare le proprie Cassandre. E come nell’Orestea, il rischio è che la catastrofe annunciata non risparmi neppure chi avrebbe potuto evitarla.