USA-Iran, tra diplomazia armata e ultimatum: Israele spinge, Trump stretto tra petrolieri e neocon
Sotto la facciata dei negoziati di Muscat e Ginevra si muovono flotte e dossier esplosivi. Washington prende tempo, Teheran rafforza le difese, Tel Aviv preme per colpire subito. Sullo sfondo, energia e lotte di potere.
Diplomazia armata e arte di prender tempo
Nei rapporti burrascosi tra Washington e Teheran convivono due logiche solo in apparenza contraddittorie: la diplomazia armata e il prender tempo. Si tratta mentre si dispiegano forze, si sorridono dichiarazioni di “buona atmosfera” e, parallelamente, si preparano opzioni militari. È una dinamica classica: studiare l’avversario, sondarne le linee rosse, accumulare leve negoziali. Gli incontri del 6 febbraio a Muscat e del 17 febbraio a Ginevra hanno risposto a questa doppia esigenza: verificare se esista uno spazio per un accordo ampio e, nel frattempo, consolidare le rispettive posture strategiche. In Medio Oriente, la trattativa è sempre anche un messaggio agli alleati.
Le richieste americane e le linee rosse iraniane
Gli Stati Uniti puntano a un’intesa che vada oltre il solo dossier nucleare: stop ai missili balistici, ridimensionamento delle alleanze regionali – dagli Houthi a Hezbollah – e aperture interne sui cosiddetti diritti umani. Per l’Iran, invece, il nucleare è terreno negoziabile, ma missili e rete di partner costituiscono linee rosse. Prima di qualsiasi concessione strutturale, Teheran pretende la revoca delle sanzioni. È un braccio di ferro asimmetrico: Washington vuole cambiare il comportamento regionale iraniano; l’Iran vuole garanzie economiche e di sicurezza.
Flotte in movimento e calcolo dei rischi
Mentre si discute, le forze si muovono. Gli Stati Uniti rafforzano il dispositivo nel Golfo con gruppi navali guidati dalla USS Abraham Lincoln e dalla USS Gerald R. Ford, oltre a velivoli e sistemi antimissile. Teheran, dal canto suo, integra difese e coordina partner regionali, contando anche su cooperazioni militari con Russia e China. Le esercitazioni “Maritime Security Belt” e le manovre congiunte nel Golfo dell’Oman segnalano che l’Iran non è isolato. In questo quadro, un conflitto immediato comporterebbe rischi elevati: escalation regionale, chiusura – anche temporanea – dello Stretto di Hormuz, volatilità energetica. Non a caso il Pentagono appare prudente: la “coperta” è corta e i fronti globali sono molteplici.
Israele e il fattore tempo
Se Washington privilegia una soluzione sostanziosa, pur non escludendo l’uso della forza, Israele guarda al calendario con crescente inquietudine. Ogni mese che passa consente all’Iran di affinare capacità e deterrenza. Per Tel Aviv, la finestra utile si restringe: meglio un’azione preventiva oggi che un confronto più duro domani. La sfiducia verso accordi percepiti come temporanei alimenta la preferenza per una soluzione radicale. È qui che le agende divergono: l’alleato americano ragiona in termini globali; Israele in termini esistenziali.
Trump tra ultimatum ed energia
L’amministrazione di Donald Trump ha evocato una scadenza di 10-15 giorni per un’intesa. Un ultimatum pubblico, nella diplomazia, equivale spesso a un’escalation retorica. Sul tavolo pesa anche il fattore energetico. Al vertice dell’American Petroleum Institute, l’ex consigliere di George W. Bush, Bob McNally, ha descritto l’Iran come “grande opportunità” per l’industria statunitense. Il Segretario all’Energia Chris Wright ha ribadito che il nucleare iraniano sarà fermato “in un modo o nell’altro”, minimizzando l’impatto di eventuali tensioni sul mercato petrolifero. È evidente che energia e sicurezza si intrecciano: normalizzare Teheran significherebbe ridefinire gli equilibri globali del greggio, con effetti anche su Mosca.
Neocon, dossier e lotte interne
Nel dibattito americano agiscono pressioni diverse: ambienti neoconservatori, apparati di sicurezza, interessi economici. Le tensioni interne emergono anche nelle dinamiche attorno ai cosiddetti “Epstein Files”, che hanno alimentato sospetti, rivalità e ricatti incrociati. In questo clima, la politica estera diventa anche terreno di regolamento di conti domestici. Le parole del deputato Jim McGovern, contrario alla guerra contro l’Iran perché “non nell’interesse degli americani”, riflettono una frattura reale nel Congresso.
Chi vuole guai e chi no
La partita USA-Iran non è un duello isolato, ma un sistema di negoziati paralleli: Washington con Teheran, Washington con Tel Aviv, Iran con Mosca e Pechino, Stati arabi tra prudenza e opportunismo. Un conflitto diretto, oggi, sarebbe un salto nel buio per tutti. La diplomazia armata resta preferibile alla guerra aperta, purché non degeneri in incidente. In un Medio Oriente saturo di armi e diffidenze, la vera saggezza strategica sta nel contenere l’escalation. C’è chi spinge per chiudere i conti e chi, più realisticamente, cerca di evitarli. Personalmente, in tempi così instabili, è più saggio stare con chi non cerca nuovi incendi.