Norvegia, il salvadanaio di un piccolo-grande Paese: come il petrolio del Mare del Nord è diventato patrimonio eterno per i suoi cittadini
Il successo norvegese affonda le radici in condizioni preesistenti difficilmente esportabili: una democrazia solida e quasi priva di corruzione, istituzioni forti, una cultura della trasparenza e un tessuto sociale omogeneo e coeso che gli scandinavi sintetizzano nel concetto di "Janteloven", la legge della modestia collettiva
Un colosso finanziario che vale oggi oltre 21.000 miliardi di corone norvegesi — circa 1.900 miliardi di dollari — e che appartiene interamente a 5,4 milioni di persone: i cittadini della Norvegia.
Un'idea semplice, un'esecuzione straordinaria
C'è un fondo che possiede una fetta di quasi tutto ciò che esiste sul Pianeta. Azioni di Apple, Microsoft, Amazon, Nestlé, Toyota. Grattacieli nel cuore di Londra, Parigi e New York. Impianti eolici offshorelungo le coste europee. Obbligazioni di decine di governi. Ogni neonato che viene alla luce a Oslo o Bergen ha già in tasca, appena uscito dal grembo materno, una quota del fondo che corrisponde a oltre 340.000 dollari. Non è fantascienza. È il Statens pensjonsfond utland, il Fondo Pensione Statale Globale Norvegese, universalmente noto come "Oil Fund", il Fondo Petrolifero. Quando nel 1969 la piattaforma Ocean Traveler perforò il fondale del Mare del Nord al largo della Norvegia e trovò il giacimento di Ekofisk — uno dei più grandi al mondo — Oslo si trovò davanti a un dilemma epocale: cosa fare con una ricchezza improvvisa e inevitabilmente limitata? Molti Paesi hanno risposto male a questa domanda. L'Algeria degli anni '70, il Venezuela di Chávez, la Nigeria dei decenni del boom: la cosiddetta "maledizione delle risorse" ha dissipato enormi fortune petrolifere in corruzione, spesa pubblica insostenibile e dipendenza strutturale. La Norvegia ha deciso diversamente.
Stimolare l'economia e simultaneamente finanziare il welfare state
Il parlamento di Oslo, lo Storting, istituì formalmente il fondo nel 1990, ma il primo versamento reale avvenne nel 1996. Il principio era di una semplicità disarmante: tutti i proventi statali derivanti dall'estrazione di petrolio e gas — tasse, royalties, dividendi della compagnia statale Equinor — vengono integralmente versati nel fondo. Nessun politico può toccarne il capitale. Il fondo viene investito esclusivamente all'estero, per non distorcere l'economia domestica. E ogni anno il governo può prelevare soltanto una quota equivalente al rendimento atteso, fissata al 3 per cento del patrimonio. Non un centesimo di più. La logica di fondo, come spiegano gli economisti che hanno studiato il modello norvegese, era di salvaguardare e stimolare l'economia e finanziare il welfare state simultaneamente, senza che l'uno compromettesse l'altro. Un equilibrio delicato che pochi Stati al mondo sono riusciti a mantenere.
Un gigante che possiede il mondo
I numeri fanno girare la testa. A fine 2025, il valore del fondo aveva raggiunto 21.268 miliardi di corone norvegesi. Più della metà di tale valore — 13.457 miliardi — è costituita dai rendimenti sugli investimenti, mentre 5.427 miliardi provengono dai versamenti netti del governo. Il portafoglio azionario abbraccia oltre 9.000 aziende in più di 70 paesi, coprendo circa l'1,5 per cento dell'intero mercato azionario mondiale. Tra le principali partecipazioni figurano 27 miliardi di dollari di azioni Amazon, 20 miliardi di dollari in Meta (Facebook e Instagram), 16,7 miliardi in Broadcom e 15,4 miliardi in Taiwan Semiconductor. Il 2024 è stato un anno eccezionale. Il fondo ha registrato un profitto record di 2.500 miliardi di corone — circa 222 miliardi di dollari — il guadagno annuo più alto mai registrato in termini di corone norvegesi, con un rendimento del 13 per cento. Le azioni tecnologiche americane, in particolare, hanno performato in maniera straordinaria, ha dichiarato l'amministratore delegato di NBIM (Norges Bank Investment Management, la divisione della Banca Centrale norvegese - Norges Bank - che gestisce operativamente il fondo), Nicolai Tangen.
La "regola fiscale": l'arma segreta della prudenza
La genialità norvegese non si è espressa particolarmente nell’aver creato il fondo, quanto aver saputo resistere alla tentazione di svuotarlo. Una sagace regola fiscale stabilisce che non più del 3 per cento dei rendimenti annuali possa essere speso ogni anno, e quella quota corrisponde già a oltre 50 miliardi di euro che si aggiungono al PIL nazionale. Questa disciplina collettiva ha richiesto una cultura politica rara: la capacità di rinunciare oggi a benefici immediati per garantire benessere alle generazioni future. Il meno che si spende oggi, migliore sarà la posizione per affrontare crisi e recessioni in futuro: i surplus di bilancio vengono versati nel fondo, mentre i deficit vengono coperti attingendovi. Le autorità possono così spendere di più nei momenti difficili e di meno in quelli floridi. Il risultato è che il fondo finanzia oggi quasi un quarto del bilancio statale norvegese, consentendo un welfare state tra i più generosi del pianeta: sanità universale di altissima qualità, istruzione gratuita a tutti i livelli inclusa l'università, pensioni dignitose, sussidi di disoccupazione, congedi parentali tra i più lunghi al mondo.
Etica come bussola degli investimenti
Ma c'è un elemento che distingue il fondo norvegese da tutti gli altri grandi fondi sovrani mondiali — dall'Abu Dhabi Investment Authority al China Investment Corporation, dal Saudi Public Investment Fund al GIC di Singapore — e che ne ha fatto un modello internazionale di riferimento: la sua dimensione etica. Le linee guida etiche del fondo, stabilite nel 2004, guidano tanto le scelte di investimento quanto il comportamento come azionista. Sono escluse le aziende produttrici di armi nucleari, munizioni a grappolo o mine antiuomo, le imprese complici di gravi violazioni dei diritti umani, quelle responsabili di devastazione ambientale, di deforestazione sistematica o grave inquinamento, così come le aziende del tabacco e del carbone. Ad oggi, oltre 180 aziende sono state escluse. Le decisioni vengono prese da un organismo indipendente, il Consiglio Etico, che istruisce i casi e raccomanda le esclusioni al consiglio di amministrazione del fondo. Nel 2025, il fondo ha fatto notizia in tutto il mondo rescindendo i contratti con gestori patrimoniali israeliani e disinvestendo da aziende coinvolte nelle operazioni militari a Gaza, suscitando reazioni irritate da Washington. L'amministrazione Trump ha minacciato ritorsioni commerciali, ventilando l'ipotesi di nuovi dazi sul salmone norvegese. Ma Oslo non ha ceduto.
Un modello per il mondo?
La domanda che si pongono economisti e governi di tutto il Pianeta è ovvia: perché nessun altro Paese petrolifero è riuscito a replicare questo modello? La risposta è complessa. Il successo norvegese affonda le radici in condizioni preesistenti difficilmente esportabili: una democrazia solida e quasi priva di corruzione, istituzioni forti, una cultura della trasparenza — le dichiarazioni dei redditi di ogni cittadino norvegese sono pubbliche — e un tessuto sociale omogeneo e coeso che gli scandinavi sintetizzano nel concetto di "Janteloven", la legge della modestia collettiva. Nessuno deve sentirsi superiore agli altri. La combinazione di istituzioni corporativiste nel mercato del lavoro e di un welfare state universalistico è il nucleo di ciò che è diventato il "modello nordico", un modo di organizzare economia e società che ha guadagnato riconoscimento internazionale per la sua capacità di socializzare il rischio, garantire efficienza economica e risultati comparativamente egualitari. Eppure, qualcosa di questo modello potrebbe essere imitato. L'idea di isolare le entrate straordinarie da risorse naturali — petrolio, gas, ma anche minerali critici indispensabili alla transizione energetica — dalla spesa corrente e investirle per le generazioni future è un principio applicabile universalmente. Diversi Paesi stanno studiando il caso norvegese: dal Mozambico al Botswana, dall'Ecuador al Kazakistan.
Il paradosso del petrolio verde
C'è infine un'ironia che i norvegesi conoscono bene e con cui convivono: il Paese che ha costruito la transizione ecologica più avanzata d'Europa — con oltre il 90 per cento delle auto nuove vendute che sono elettriche — finanzia il proprio welfare con i proventi di uno dei settori più inquinanti del Pianeta. Il fondo stesso ha iniziato a investire in infrastrutture per energia rinnovabile, ma la Norvegiacontinua a estrarre petrolio e gas dal Mare del Nord e ha dichiarato che lo farà per decenni. Il Ministro dell'Energia Terje Aasland ha dichiarato senza infingimenti che "il mondo e l'Europa avranno bisogno di petrolio e gas per decenni a venire" e che Oslo intende restare un fornitore stabile a lungo termine. È la contraddizione di un Paese che ha saputo meglio di tutti trasformare una risorsa finita in ricchezza infinita, ma che non è ancora pronto — o disposto — a rinunciare alla fonte di quella ricchezza. Un paradosso tutto umano, in un Paese che resta comunque, per molti versi, il migliore del mondo in cui vivere.
Di Eugenio Cardi