Lagarde prepara l’uscita dalla BCE su sponda Macron: la banca “indipendente” piegata all’Eliseo mentre l’Europa paga il conto di un potere sempre meno neutrale

Tra manovre francesi e silenzi di Francoforte, l’addio anticipato della presidente BCE riapre il nodo dell’autonomia monetaria: chi guida davvero l’euro e a chi risponde?

Che la presidenza della Banca centrale europea possa diventare pedina di un disegno politico nazionale è, di per sé, un fatto grave. Che ciò avvenga sotto il vessillo dell’“integrazione europea” lo è ancora di più. L’ipotesi di un’uscita anticipata di Christine Lagarde dalla guida della Banca Centrale Europea, su impulso del presidente francese Emmanuel Macron, non è solo una questione di nomine: è la cartina di tornasole di un’Unione in cui l’indipendenza proclamata cede il passo alla convenienza politica.

La BCE nasce con un mandato chiaro: stabilità dei prezzi e autonomia dai governi nazionali. È il pilastro su cui si regge la credibilità dell’euro. Ma se il vertice dell’istituzione può essere “riposizionato” in funzione delle strategie dell’Eliseo – magari per blindare la Banque de France o per evitare scossoni interni prima delle presidenziali – allora il principio di indipendenza diventa una formula retorica, buona per i comunicati stampa.

Non è un mistero che Parigi abbia sempre considerato la BCE anche come un terreno di influenza. Nulla di illegittimo, in una logica di equilibri tra Stati membri. Il problema nasce quando l’interesse nazionale prevale sul mandato europeo.

Se Lagarde dovesse davvero lasciare in anticipo, il messaggio sarebbe chiaro: la stabilità dell’eurozona è subordinata ai calcoli politici francesi. E questo mentre milioni di cittadini europei affrontano inflazione, tassi alti e crescita stagnante. L’euro non può diventare una variabile accessoria nel risiko delle élite.

Da anni si racconta che la BCE sia il baluardo tecnico contro le derive politiche. Eppure, le scelte degli ultimi anni – dai programmi di acquisto titoli alla gestione dei tassi – hanno avuto effetti redistributivi enormi tra Paesi. Non esiste neutralità assoluta nella politica monetaria.

Ma una cosa è riconoscere l’impatto politico delle decisioni, un’altra è accettare che la guida dell’istituzione sia oggetto di trattativa tra capi di Stato. Se la nomina e la permanenza al vertice dipendono dal gradimento di un presidente nazionale, allora l’architettura europea mostra tutta la sua fragilità: troppo centralizzata, troppo opaca, troppo distante dai cittadini.

L’euroscetticismo viene spesso liquidato come pulsione emotiva o nostalgia sovranista. Eppure casi come questo alimentano dubbi legittimi. Chi controlla davvero le leve monetarie? A chi risponde la BCE: ai trattati o ai governi più influenti?

Se l’uscita anticipata di Lagarde si concretizzasse in un accordo politico con Macron, non sarebbe solo una mossa personale. Sarebbe l’ennesima conferma che l’Unione europea, anziché superare le logiche nazionali, le ricompone a porte chiuse, lontano dal controllo democratico.

L’Europa ha bisogno di istituzioni credibili, non di equilibri tattici. Se la BCE diventa terreno di manovra, la fiducia nell’euro si incrina. E quando si incrina la fiducia, non bastano i comunicati ufficiali a ripararla.