Germania in affanno e potere delle rotte: le scelte di Merz e la lezione geopolitica delle compagnie aeree

Berlino tenta di salvare il modello export-led mentre il mondo cambia: tra riarmo, energia e mercati chiusi, l’Europa rischia di restare senza visione strategica

La crisi tedesca è strutturale, non ciclica

Dopo due anni di contrazione e una crescita anemica nel 2025, la Germania non è fuori dalla stagnazione. Il calo della produzione industriale conferma che non siamo davanti a una semplice flessione congiunturale, ma alla crisi di un intero modello di sviluppo. Il paradigma costruito dopo la riunificazione – manifattura forte, traino dell’automotive, domanda estera dominante – si reggeva su tre pilastri: mercati aperti, energia a basso costo e complementarità con la domanda globale. Oggi tutti e tre vacillano. La rottura energetica con Mosca ha colpito al cuore i settori energivori. Parallelamente, la competizione cinese nelle filiere ad alto valore aggiunto – dall’auto elettrica al greentech – ha eroso quote di mercato decisive. La Germania subisce uno “shock competitivo” che mette in discussione la sua centralità industriale.

Le scelte di Merz: riparare senza trasformare

Il cancelliere Friedrich Merz ha scelto una linea chiara: usare lo spazio fiscale nazionale per sostenere l’industria, senza aprire a una vera mutualizzazione europea del debito.

Le direttrici sono tre:

  1. Espansione fiscale (anche attraverso fondi extra-bilancio) con forte incremento della spesa militare.
  2. Sburocratizzazione e incentivi alle imprese.
  3. Ricerca di nuovi accordi commerciali per proteggere l’export.

È una strategia coerente, ma difensiva. Punta a “riparare” il vecchio motore export-led, non a sostituirlo con uno nuovo fondato su domanda interna, innovazione digitale e investimenti europei coordinati.

Il riarmo industriale, oltre alle ovvie sensibilità storiche, non risolve il nodo centrale: la manifattura moderna è sempre più intrecciata con software, semiconduttori, intelligenza artificiale. In questi campi l’Europa è in ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina.

L’asse con Meloni e i limiti nazionali

L’intesa con Giorgia Meloni su deregulation e revisione del Green Deal crea una convergenza tattica, ma non una strategia continentale. Berlino rifiuta nuovi eurobond, mentre la riflessione tecnocratica – anche in ambienti vicini alla Bundesbank – guarda con interesse a un possibile safe asset europeo. La frattura tra visione politica e monetaria resta aperta. Il rischio è che l’Europa torni a una logica intergovernativa, dove ciascuno agisce per sé. Ma le sfide energetiche e digitali richiedono scala continentale, non soluzioni nazionali.

Energia e Golfo: continuità fossile

Le missioni di Merz nel Golfo si inseriscono in questa logica: sostituire le forniture russe con GNL e nuovi partner mediorientali. È una diversificazione necessaria, ma ancora interna al paradigma delle fonti fossili. Una vera autonomia strategica europea richiederebbe invece investimenti comuni nelle rinnovabili, nelle reti e nello stoccaggio. Senza questo salto, Berlino resta dipendente da fornitori esterni, semplicemente diversi da prima.

Il potere geopolitico delle rotte aeree

Mentre la Germania fatica a ridefinire il proprio modello, altre potenze regionali hanno compreso da tempo il valore strategico delle infrastrutture di collegamento, incluse quelle aeronautiche. La Turkish Airlines è divenuta uno strumento di proiezione geopolitica per la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. L’apertura di rotte verso l’Africa e perfino verso la Somalia in piena instabilità non è stata solo una scelta commerciale, ma un atto di soft power strutturato. Analogamente, Emirates e Qatar Airways hanno trasformato Dubai e Doha in hub globali, sostenendo l’espansione economica e diplomatica dei rispettivi Stati.

Le rotte aeree, come quelle energetiche o ferroviarie, sono strumenti di influenza sistemica: creano dipendenze, relazioni, scambi culturali e politici.

L’Italia tra marginalità e potenzialità

L’Italia, al contrario, ha progressivamente ridimensionato il proprio vettore nazionale. ITA Airways, erede della storica Alitalia, non è stata finora parte di una strategia geopolitica coerente. In un Mediterraneo sempre più competitivo – con Turchia, Russia e potenze del Golfo attive in Nord Africa – l’assenza di una visione integrata rappresenta un limite evidente.

Europa a un bivio

La crisi tedesca e l’attivismo delle potenze regionali mostrano una verità semplice: nel mondo multipolare contano infrastrutture, energia, tecnologia e connettività. Se Berlino continuerà a privilegiare una risposta nazionale, l’Unione rischia di restare un gigante economico senza direzione strategica. Se invece prevarrà una visione europea – capace di integrare industria, digitale ed energia – la crisi attuale potrebbe diventare un’occasione di rilancio. La storia insegna che chi controlla le rotte, terrestri o aeree, controlla anche il proprio destino geopolitico. La Germania e l’Europa sono ancora in tempo per scegliere. Ma il tempo, questa volta, non è infinito.