Ginevra, il doppio tavolo che decide il mondo: Ucraina e Iran nel crocevia dello scontro globale

Due summit paralleli nella città svizzera mettono a nudo il confronto tra Occidente e Oriente. Dalla guerra ucraina al dossier iraniano, passando per la nuova dottrina americana e la guerra dell’informazione.

Ginevra, crocevia delle crisi

Domani a Ginevra andranno in scena due vertici distinti ma intimamente connessi: uno dedicato alla guerra in Ucraina, l’altro al delicato dossier tra Stati Uniti e Iran. Non è una semplice coincidenza logistica. È la rappresentazione plastica di un unico confronto strategico che attraversa Eurasia e Medio Oriente. I due tavoli negoziali sono le due facce della stessa medaglia: da un lato lo scontro armato sul fronte orientale europeo; dall’altro la pressione sul nodo iraniano, che coinvolge sicurezza regionale, nucleare e assetti energetici. In entrambi i casi, sullo sfondo, si consuma un confronto più ampio tra Occidente e Oriente, tra modelli di potere e visioni del mondo.

L’America tra neocon e Maga

Negli Stati Uniti si è consolidata negli anni una linea interventista riconducibile all’area neoconservatrice, emersa con forza dopo il 2001 e capace di riadattarsi alle diverse amministrazioni, da Joe Biden fino all’attuale fase segnata dal ritorno di Donald Trump. Il recente confronto alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera ha mostrato un mutamento di equilibri interni. La presenza incisiva del segretario di Stato Marco Rubio ha evidenziato una linea che, pur dichiarando chiusa l’illusione dell’unipolarismo, ribadisce la centralità strategica dell’Occidente. Più defilata, rispetto al passato, la figura di J. D. Vance, volto pubblico dell’area Maga. Non si tratta di esercitare profezie elettorali, ma di registrare un dato: l’amministrazione americana appare oggi meno isolazionista e più assertiva, meno incline a ritirarsi e più propensa a ridefinire gli equilibri con strumenti di pressione multilivello.

Il ruolo dell’Europa e la saldatura atlantica

La guerra in Ucraina ha rafforzato la coesione atlantica, ma ha anche accentuato la dipendenza strategica europea. Figure come Ursula von der Leyen, Kaja Kallas e Roberta Metsola incarnano una leadership fortemente allineata all’asse euro-atlantico. Il conflitto ha prodotto costi economici significativi per diversi Paesi membri, ma ha anche consolidato una postura comune verso Mosca. In questo contesto, ogni tentativo di negoziato viene letto non solo come passo diplomatico, ma come potenziale ridisegno degli equilibri interni all’Occidente.

Iran, il convitato di pietra e la mediazione invisibile

Sul dossier iraniano, la Russia resta un attore imprescindibile. Mosca mantiene canali aperti con Teheran e osserva con attenzione le trattative sul nucleare. In parallelo, Cina sostiene apertamente l’Iran sul piano politico ed economico, rafforzando un asse alternativo a quello occidentale. Le dichiarazioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che chiede limiti non solo al nucleare ma anche al programma missilistico iraniano e alle sue alleanze regionali, complicano ulteriormente il quadro. Anche un eventuale accordo tecnico rischierebbe di non bastare a disinnescare le tensioni. Per Washington, chiudere almeno uno dei due fronti significherebbe alleggerire la pressione globale. Ma ogni apertura diplomatica incontra resistenze, interne ed esterne.

Il caso Navalny e la battaglia delle narrazioni

Alla vigilia del vertice sull’Ucraina, nuove accuse sull’avvelenamento di Alexei Navalny hanno riacceso la polemica. Al di là del merito delle ricostruzioni, colpisce la tempistica: la questione riemerge proprio mentre si tenta di riaprire un canale negoziale. Qui si entra nel campo della guerra dell’informazione e della guerra cognitiva. Le narrazioni non sono semplici contorni del conflitto: ne sono parte integrante. L’obiettivo non è solo convincere, ma dimostrare potere, orientare l’opinione pubblica, delimitare il campo del dicibile. In passato la propaganda cercava la verosimiglianza; oggi spesso punta sull’iperbole, sulla saturazione emotiva, sulla ripetizione. I media diventano moltiplicatori, gli analisti attori, il pubblico terreno di contesa.

L’interruttore dell’attenzione pubblica

Eventi drammatici occupano per settimane le prime pagine, poi scompaiono. I conflitti restano, le crisi umanitarie proseguono, ma il riflettore si sposta. È la logica dell’agenda setting, accentuata dalle piattaforme digitali e dagli strumenti di manipolazione audiovisiva. Con l’evoluzione tecnologica, la capacità di produrre contenuti realistici – video, audio, dichiarazioni – rende la distinzione tra vero e costruito sempre più complessa. Se un tempo “era vero perché lo diceva la televisione”, oggi rischia di esserlo perché “lo abbiamo visto con i nostri occhi” su uno schermo.

Un equilibrio ancora possibile

I vertici di Ginevra rappresentano dunque un banco di prova. Se prevarrà la logica della de-escalation, si potrà aprire uno spiraglio sia sul fronte ucraino sia su quello iraniano. Se invece dominerà la dinamica dello scontro permanente, i due teatri continueranno ad alimentarsi a vicenda. In questo scenario, la Russia osserva, media quando può, consolida le proprie posizioni e punta a un assetto multipolare. L’Occidente, dal canto suo, cerca di mantenere la primazia strategica.

La sfida non è solo militare o diplomatica: è culturale, informativa, sistemica. E Ginevra, ancora una volta, diventa il simbolo di un mondo che tenta di negoziare mentre continua a combattere.