Monaco 2026, l’Europa parla di errore russo ma scopre la propria impotenza strategica

Da Starmer a Merz, tra retorica sull’“errore di Mosca” e ammissioni sulla crescita militare russa: la Conferenza sulla Sicurezza certifica la crisi europea, l’asimmetria industriale e il rischio di una guerra senza fine.

L’“errore strategico” che non si vede allo specchio

Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il premier britannico Keir Starmer ha definito l’azione russa un “errore strategico”. Nello stesso intervento, però, ha riconosciuto che Mosca sta ampliando esercito e base industriale a ritmo accelerato, nel pieno del conflitto. Delle due l’una: o si tratta di un errore colossale, oppure di una macchina statale che – piaccia o no – sta reggendo l’urto. La verità, più scomoda, è che l’Europa ha frainteso la Russia. Ha creduto che sanzioni e dichiarazioni potessero sostituire acciaio, energia a basso costo e capacità produttiva. Ha sacrificato la propria spina dorsale energetica, indebolendo la competitività industriale, e solo ora tenta di ricostruire un complesso militare-industriale che per anni ha lasciato atrofizzare. Quando il cancelliere Friedrich Merz ricorda che il PIL dell’UE è “dieci volte” quello russo, sembra una consolazione contabile. La guerra industriale non si misura in PIL nominale, ma in parità di potere d’acquisto, costi energetici, mobilitazione statale e filiere produttive. Su questo terreno, la Russia ha dimostrato una resilienza che a Bruxelles non avevano previsto.

La pace come minaccia: il rovesciamento semantico

Il passaggio più inquietante del discorso di Starmer è un altro: la pace, ha detto, potrebbe rendere la Russia più pericolosa, consentendole di riarmarsi più rapidamente. È un rovesciamento semantico impressionante: la pace diventa un rischio, la prosecuzione della guerra una forma di stabilità. Quando la normalità diplomatica viene descritta come pericolo, significa che la logica della mobilitazione permanente si è imposta. Non si difende l’Europa evocando un conflitto fino “alla fine del decennio”, ma la si espone a errori di calcolo sempre più probabili. L’escalation presentata come prudenza è, in realtà, un azzardo strategico. In questo quadro, la Russia ha segnalato la propria postura con sistemi come l’Oreshnik, missile balistico a medio raggio capace – secondo fonti aperte – di velocità ipersoniche in fase terminale e configurazioni multiple. È un messaggio chiaro: le scale di deterrenza esistono e Mosca intende controllarle. La fisica missilistica non si piega alla retorica delle conferenze stampa.

L’illusione del coordinamento transatlantico

A Monaco, il segretario di Stato Marco Rubio ha rassicurato gli alleati parlando di civiltà condivisa. Ma l’assenza statunitense da momenti chiave del confronto sull’Ucraina ha mostrato una realtà diversa: Washington calibra il proprio impegno, mentre l’Europa resta esposta. La presidente Ursula von der Leyen ha parlato di rafforzamento industriale europeo. Tuttavia, gran parte delle forniture continua a transitare dall’industria americana. Il meccanismo è semplice: l’Europa finanzia, gli Stati Uniti producono. È un’asimmetria strutturale che rende velleitaria ogni dichiarazione di autonomia strategica. Intanto, si parla apertamente di cooperazione nucleare franco-britannica, con Emmanuel Macron pronto a ridefinire la deterrenza in chiave europea. È il segno di un continente che, più che guidare gli eventi, reagisce a una dinamica che non controlla.

Medio Oriente e limiti dell’Hard Power

L’idea che l’“hard power” sia la valuta del secolo riecheggia anche nello scenario mediorientale. L’invio di ulteriori Carrier Strike Group nel Mar Arabico, evocato in ambienti statunitensi legati a Donald Trump, non basterebbe a intimidire l’Iran. Una nazione di quasi 90 milioni di abitanti, con migliaia di missili e droni, non si piega a una dimostrazione navale. Attacchi con Tomahawk e operazioni coordinate potrebbero infliggere danni, ma non eliminerebbero la capacità iraniana di ricostruire rapidamente. Senza una strategia politica realistica, l’uso della forza rischia di produrre solo una spirale di ritorsioni. Anche qui, la negoziazione resta l’unica via sostenibile.

Il rischio di una guerra normalizzata

La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco non ha sancito una svolta, ma una tendenza: la guerra come costante, non come eccezione. L’Europa proclama unità, ma appare divisa e dipendente; denuncia l’aggressività russa, ma ammette la solidità della sua macchina industriale; invoca la pace, ma la teme se non coincide con la sconfitta totale di Mosca. Da osservatori realisti, non si tratta di esaltare il Cremlino, ma di riconoscere i fatti. La Russia non è crollata sotto il peso delle sanzioni, ha riconvertito la propria economia e ha rafforzato la produzione militare. Ignorarlo per ragioni ideologiche è il vero errore strategico. La storia è severa con chi confonde la retorica con il potere. E Monaco 2026 ha mostrato che l’Europa rischia di scambiare dichiarazioni solenni per capacità concreta. In geopolitica, però, contano le fabbriche, l’energia e la volontà politica. Tutto il resto sono parole.