Meloni al “Board of Peace” di Trump: l’Italia fa la comparsa mentre si vende la pace

A Washington Roma va da osservatrice al tavolo trumpiano su Gaza: dentro per compiacere, fuori per salvare la Costituzione

C’è qualcosa di magnificamente surreale nell’idea che l’Italia partecipi al “Board of Peace” di Donald Trump in qualità di spettatrice, con tanto di biglietto in prima fila e mani rigorosamente dietro la schiena. La pace, a quanto pare, si può contemplare. Come un tramonto. O un’asta immobiliare.

Giorgia Meloni ha annunciato che saremo presenti, ma “solo osservatori”. Una formula degna della migliore diplomazia notarile: ci siamo, ma non troppo; aderiamo, ma senza aderire; partecipiamo, ma senza partecipare. Un capolavoro di equilibrismo lessicale pensato per non urtare la Costituzione e, soprattutto, per non scontentare Washington.

Il Board, creatura geopolitica del Presidente americano, dovrebbe occuparsi della Striscia di Gaza. Un teatro di tragedia trasformato in tavolo di governance parallela, con il marchio Trump come garanzia di stabilità: un paradosso che si scrive da solo. E l’Italia? Presente, ma in modalità silenziosa. Come uno studente Erasmus che ascolta il seminario senza intervenire, per non compromettere la media.

La giustificazione è nobile: compatibilità costituzionale. Ma l’impressione è che la Carta venga evocata come scudo tattico, mentre la vera posta in gioco è l’eterna ansia di legittimazione internazionale. Meglio dentro a metà che fuori del tutto. Meglio la platea che il corridoio.

Così Roma si accredita al tavolo trumpiano senza sedersi davvero. Una soluzione “intelligente”, diranno i pragmatici. Un’ambiguità strutturale, diranno i maliziosi. Intanto la pace diventa un brand, la diplomazia un gioco di posizionamenti, e l’Italia l’ospite educato che annuisce. Senza disturbare. E senza decidere.