Netanyahu a Washington, Trump frena sulla guerra all’Iran: negoziato nucleare salvo tra pressioni e ambiguità
Dalla Casa Bianca segnali di continuità sul dossier atomico. Israele spinge per l’escalation, Mosca avverte su Ucraina e doppio standard USA
Il viaggio della pressione
La visita lampo di Benjamin Netanyahu a Washington non ha prodotto lo strappo auspicato da Tel Aviv. L’incontro con Donald Trump, previsto per due ore e protrattosi ben oltre, è stato il segnale evidente di un confronto serrato. Sul tavolo, la richiesta israeliana di allargare il negoziato con Teheran non solo al programma nucleare, ma anche ai missili balistici e ai rapporti regionali dell’Iran.
Una linea che avrebbe verosimilmente fatto saltare il banco. Per la Repubblica islamica, privata della propria deterrenza missilistica, significherebbe esporsi a una vulnerabilità strategica inaccettabile, specie verso uno Stato come Israele che considera Teheran la principale minaccia esistenziale.
Il messaggio uscito dalla Casa Bianca è stato invece diverso: Trump ha ribadito la volontà di proseguire il confronto con l’Iran limitatamente al nucleare, senza cenni a ulteriori condizioni. Un segnale chiaro che, almeno per ora, l’“Imperatore” resiste alle pressioni.
Ambiguità e linguaggio politico
Nel suo intervento pubblico, Trump ha definito “eccellenti” i rapporti con Israele, utilizzando il consueto aggettivo “tremendous”. Un termine che, nel lessico trumpiano, oscilla tra entusiasmo e tensione. C’è chi vi ha letto un riferimento implicito alla pressione straordinaria esercitata dai falchi americani e israeliani per spingere verso l’opzione militare.
Non è un mistero che figure influenti dell’entourage repubblicano – dal senatore Marco Rubio a Jared Kushner – mantengano un orientamento fortemente allineato alle posizioni israeliane. Tuttavia, Trump sa che un conflitto diretto con l’Iran avrebbe costi geopolitici ed economici imprevedibili, specie in un anno elettorale.
Il simbolismo dell’11 febbraio
La visita è avvenuta l’11 febbraio, anniversario della rivoluzione islamica del 1979. Una data altamente simbolica per Iran, celebrata con mobilitazioni di massa. La coincidenza non è passata inosservata: nella politica mediorientale il simbolismo conta quanto le dichiarazioni ufficiali.
Israele, attraversato da una crescente radicalizzazione interna, vede oggi l’ipotesi di un attacco preventivo come opzione legittima. Analisti critici come Gideon Levy hanno osservato come una parte consistente dell’opinione pubblica israeliana consideri un successo convincere Washington ad aprire le ostilità contro Teheran, mentre giudicherebbe un fallimento un accordo, anche favorevole.
L’America tra guerra e opinione pubblica
Eppure, negli Stati Uniti la prospettiva di un nuovo conflitto in Medio Oriente incontra scetticismo diffuso. Dopo due decenni di guerre infinite, l’elettorato americano appare riluttante ad avallare un’ulteriore escalation.
Trump si trova così stretto tra la pressione dell’alleato israeliano e l’interesse nazionale americano. La sua scelta di non sabotare il negoziato nucleare segnala una consapevolezza: un conflitto diretto con l’Iran rischierebbe di incendiare l’intera regione, coinvolgendo attori come Hezbollah e destabilizzando il Golfo.
Mosca osserva e avverte
Sul fronte europeo, le dichiarazioni del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov meritano attenzione. Mosca ha espresso insoddisfazione per l’andamento dei colloqui sull’Ucraina, denunciando misure americane considerate asimmetriche e coercitive, dalle sanzioni secondarie al sequestro di asset energetici.
Per la Russia, il ruolo statunitense è intrinsecamente contraddittorio: guida della NATO, sponsor di Kiev e al tempo stesso mediatore. Un’ambiguità che mina la fiducia reciproca. Le parole di Lavrov, lungi dall’essere un’iniziativa personale, riflettono la linea del Cremlino e quindi di Vladimir Putin.
Il rischio concreto è che i negoziati restino senza esito nel breve periodo, consolidando uno scenario di guerra prolungata.
Una partita globale
Il dossier iraniano e quello ucraino si intrecciano in un quadro più ampio: la ridefinizione degli equilibri globali. Se Washington scegliesse l’escalation contro Teheran, rafforzerebbe l’asse tra Mosca, Teheran e Pechino. Se invece proseguirà sulla via negoziale, potrebbe aprire spazi per una distensione selettiva.
Per ora, la diplomazia ha prevalso sull’impulso bellico. Ma la posta in gioco resta altissima. Troppe variabili, troppi attori, troppi interessi incrociati. L’Imperatore resiste, negozia e prende tempo. In geopolitica, talvolta, anche rinviare è una vittoria.