Giappone e Iran, la nuova assertività asiatica tra neoimperialismo nipponico e sostegno cinese a Teheran
Dalla supermaggioranza di Takaichi alla proiezione navale di Pechino nel Mar Arabico: l’Asia si riarma, Washington arretra in fase “bizantina” e i nuovi equilibri mettono alla prova mercati, alleanze e sicurezza globale.
La supermaggioranza di Takaichi e la svolta identitaria
La vittoria elettorale di Sanae Takaichi segna un passaggio storico per il Giappone. Con una supermaggioranza dei due terzi alla Camera Bassa, il Partito Liberal-Democratico consolida un primato che non si vedeva da decenni. La scelta di indire elezioni anticipate, trasformando il consenso personale in mandato politico, si è rivelata un azzardo calcolato e vincente. Il risultato consegna alla premier la possibilità concreta di mettere mano alla Costituzione pacifista, aumentare le spese militari e irrigidire le politiche su sicurezza e immigrazione. Non è soltanto una svolta programmatica: è una ridefinizione dell’identità nazionale, che intercetta le inquietudini di una società colpita da crisi demografica, stagnazione economica e debito record.
Il “convitato di pietra”: Pechino
Sul voto ha pesato inevitabilmente la percezione della Cina come sfida sistemica. Takaichi ha alternato aperture diplomatiche a dichiarazioni nette su dossier sensibili come le Senkaku/Diaoyu e il ruolo di Taiwan. Quando ha evocato la possibilità che un blocco navale cinese sull’isola costituisca una “minaccia esistenziale” per Tokyo, ha compiuto un salto qualitativo nella retorica strategica giapponese. Per Pechino, Taiwan resta parte integrante della propria sovranità, come sancito dai passaggi diplomatici degli anni Settanta. L’irrigidimento nipponico è stato letto come un cedimento alla linea del contenimento americano nel Pacifico. Le reazioni cinesi – tra proteste ufficiali e pressioni economiche informali – hanno mostrato quanto il dossier sia esplosivo.
L’alleanza con Washington nella fase “bizantina”
Il rinnovato asse tra Stati Uniti e Giappone si inserisce in quella che potremmo definire la fase “bizantina” di Washington: un progressivo ripiegamento strategico accompagnato dall’esternalizzazione dei costi della sicurezza agli alleati. Tokyo, come Canberra o Manila, è chiamata a fungere da perno regionale. Qui sta il paradosso: per apparire potenza autonoma, il Giappone deve accentuare la propria postura militare proprio mentre consolida la dipendenza dall’ombrello americano. Il nazionalismo ostentato diventa così strumento di legittimazione interna di una satellizzazione strategica. La partita dei minerali critici e delle catene di fornitura integrate – dove Taiwan è snodo essenziale per semiconduttori e rotte marittime – rafforza questa interdipendenza.
La coperta corta dei mercati
Dietro la retorica muscolare si cela una fragilità strutturale. Il Giappone, primo detentore estero di debito statunitense, deve finanziare il proprio deficit e sostenere la crescita. Le vendite di Treasury, se coordinate o simultanee con quelle cinesi, possono esercitare pressioni sui rendimenti americani, con effetti su mutui, dollaro e stabilità finanziaria globale. La competizione geopolitica rischia così di spostarsi dai mari ai mercati. In un sistema già esposto a volatilità, la leva finanziaria può diventare arma silenziosa ma incisiva.
Pechino, Teheran e la nuova dimensione C4ISR
Se nel Pacifico la tensione cresce, nel Mar Arabico si osservano movimenti altrettanto significativi. La presenza di unità navali cinesi a protezione della nave oceanografica Ocean No. 1 suggerisce un rafforzamento del sostegno tecnico a Teheran. Ufficialmente piattaforma scientifica, l’unità dispone di sensori e capacità di raccolta dati che, in un contesto di crisi, possono assumere valore strategico. L’ipotesi che Pechino stia contribuendo a potenziare le capacità C4ISR iraniane – integrando radar, comunicazioni e sistemi satellitari come BeiDou – indicherebbe un salto qualitativo. Non si tratterebbe solo di forniture, ma di una cooperazione capace di ridurre la vulnerabilità iraniana a operazioni di sorpresa, alterando i calcoli di Stati Uniti e Israele. La pubblicazione di immagini dettagliate di installazioni militari americane nella regione appare come un messaggio politico prima ancora che tecnico: la Cina segnala di poter osservare e, se necessario, condividere informazioni sensibili.
Un equilibrio instabile
Il quadro che emerge è quello di un’Asia attraversata da riarmo, competizione tecnologica e ridefinizione delle alleanze. Il Giappone di Takaichi cerca una nuova centralità, ma lo fa in simbiosi con una strategia americana di contenimento che riflette più la prudenza di un impero stanco che l’espansione di una potenza in ascesa. Parallelamente, la Cina amplia la propria proiezione, offrendo sostegno a partner come l’Iran e consolidando reti alternative sul piano finanziario, energetico e tecnologico. Il rischio di incidenti militari resta concreto, ma altrettanto insidiosa è la dimensione economica: in una fase di transizione sistemica, anche una turbolenza nei mercati obbligazionari o nelle catene di approvvigionamento può produrre scosse profonde. La storia insegna che le fasi “bizantine” non sono mai lineari: possono protrarsi a lungo, oppure accelerare verso snodi inattesi.