Epstein, Ucraina e multipolarità: come la gestione degli scandali e delle guerre rivela le nuove crepe dell’ordine occidentale

Dalla manipolazione dello scandalo Epstein allo stallo ucraino, passando per il disimpegno USA dall’Europa: negazione, deviazione e annacquamento come strumenti di potere globale.

Negazione, deviazione, annacquamento: il manuale del potere

La storia politica e militare insegna che il potere non reagisce mai in modo casuale agli scandali. Esiste una sequenza ricorrente: prima la negazione, poi la deviazione, infine l’annacquamento. È un metodo collaudato, applicabile tanto agli scandali interni quanto alle grandi crisi geopolitiche. Nella fase iniziale, si fa leva sulla negabilità plausibile: nulla è accaduto, o comunque nulla di rilevante. Quando questa linea non regge più, si passa alla deviazione, attribuendo le responsabilità a cause secondarie o a nemici utili. Solo quando anche questo schema fallisce, entra in gioco la strategia più sofisticata: saturare lo spazio pubblico di mezze verità, esagerazioni e illazioni, fino a rendere tutto indistinto e quindi politicamente innocuo.

Il caso Epstein e il rischio della dissoluzione della verità

Lo scandalo Epstein è un esempio emblematico. Per anni ha funzionato la negazione: una storia marginale, da cronaca scandalistica. Oggi, caduta quella diga, si tenta la deviazione, con tentativi maldestri di collegare il tutto a Putin e al Cremlino, secondo una narrazione ormai riflessa. Ma è la terza fase a essere la più pericolosa. Il coinvolgimento indiscriminato di figure pubbliche “al di sopra di ogni sospetto”, sulla base di frequentazioni ambigue o frasi infelici, rischia di produrre un effetto devastante: non chiarire, ma relativizzare tutto. È il terreno ideale per trasformare un potenziale scandalo sistemico in una leggenda metropolitana, utile solo a generare cinismo e rassegnazione. Dal punto di vista geopolitico, questo meccanismo è funzionale al mantenimento dello status quo: un’opinione pubblica confusa è un’opinione pubblica inermi.

Ucraina: una guerra che non può essere vinta

Lo stesso schema emerge nel conflitto ucraino. Sul piano militare, la realtà è ormai evidente: Kiev perde terreno e non dispone delle risorse necessarie per riconquistarlo. Le richieste russe – neutralità, riconoscimento delle nuove realtà territoriali – restano incompatibili con la linea ufficiale ucraina, ma sempre più coerenti con l’andamento del conflitto sul campo. Dal punto di vista russo, la guerra è entrata in una fase di vantaggio strategico, rafforzata dalla sistematica demolizione delle infrastrutture energetiche e logistiche ucraine. Le dichiarazioni di Putin sulla scarsa utilità dei negoziati non sono propaganda, ma la constatazione di un fatto storico-militare: chi avanza, negozia da una posizione di forza.

Washington guarda a Mosca, non a Bruxelles

Il dato geopolitico più rilevante è però un altro: gli Stati Uniti stanno progressivamente prendendo le distanze dall’Europa. La ridotta presenza americana nei consessi NATO, le assenze simbolicamente pesanti e il crescente interesse verso una normalizzazione dei rapporti con la Russia indicano una svolta strategica. Da Washington, l’Europa appare sempre più come un vassallo costoso, utile solo come mercato energetico e acquirente di armamenti. Non sorprende che Kiev tema di essere sacrificata sull’altare di una possibile cooperazione economica russo-americana, stimata in cifre colossali. In questa prospettiva, l’Ucraina rischia di diventare ciò che storicamente è sempre stata nelle grandi transizioni di potere: una zona cuscinetto, pagata da chi resta senza voce al tavolo.

L’Europa come teatro secondario

La crisi ucraina si inserisce in un quadro più ampio di disimpegno americano e di riorientamento globale. Il messaggio implicito è chiaro: l’ordine unipolare è finito, e Washington preferisce trattare direttamente con Mosca piuttosto che sostenere all’infinito un’Europa politicamente frammentata e strategicamente irrilevante. Da qui l’apparente paradosso: mentre si alimenta una retorica anti-russa, si lasciano filtrare segnali concreti di dialogo e pragmatismo con il Cremlino. Una contraddizione solo apparente, se letta alla luce della realpolitik. Dallo scandalo Epstein alla guerra in Ucraina, il filo rosso è la gestione della percezione pubblica. Negazione, deviazione e annacquamento non sono solo tecniche mediatiche, ma strumenti di potere in un mondo che si avvia verso la multipolarità. La Russia, piaccia o no, ha compreso prima di altri che la forza oggi non si misura solo sul campo di battaglia, ma nella capacità di resistere all’usura del tempo e delle narrazioni. L’Occidente, al contrario, sembra prigioniero delle proprie finzioni consolatorie. E quando la realtà bussa con troppa insistenza, la tentazione è sempre la stessa: confondere tutto, affinché nulla conti davvero.