Epstein, non un mostro isolato ma un sistema che protegge se stesso per derubricare la vicenda al prodotto patologico di una mente deviata
Dalla pubblicazione incompleta degli Epstein Files emergono non solo abusi e ricatti, ma il profilo di una rete di protezione che attraversa politica, finanza e apparati di sicurezza
Il “caso” Epstein doveva essere archiviato in fretta.
Un mostro solitario, un predatore sessuale, una devianza individuale utile a chiudere il caso senza allargare lo sguardo.
Un’incriminazione nel 2008. La fuga in Israele. Il patteggiamento che si traduce in una condanna irrisoria. L’arresto del 6 luglio 2019. E infine il “suicidio” nel carcere federale di New York, il 10 agosto dello stesso anno.
Con la morte di Jeffrey Epstein avrebbe dovuto calare lentamente il sipario.
Il copione era già scritto: derubricare l’intera vicenda al prodotto patologico di una mente deviata. Un predatore sessuale. In questa chiave va letta anche la serie prodotta da Netflix, “Jeffrey Epstein: soldi, potere e perversione” (2020), che incasella la storia dentro la rassicurante categoria del mostro individuale, isolato dal contesto.
La recente pubblicazione di una parte dei cosiddetti Epstein Files ha però riportato al centro dell’attenzione non soltanto le ambigue figure di Epstein e della sua compagna Ghislaine Maxwell, ma il funzionamento stesso del potere globale, i rapporti opachi tra élite politiche, finanziarie e apparati di intelligence.
Nel corso di una conferenza stampa tenuta al Congresso degli Stati Uniti il 2 settembre 2025, la deputata repubblicana Anna Paulina Luna ha scosso l’opinione pubblica americana: “Dopo aver parlato oggi con le vittime di Epstein, è evidente che questa vicenda è molto più ampia di quanto si potesse immaginare: persone ricche e potenti devono finire in prigione. È possibile che Epstein fosse una risorsa di un servizio di intelligence straniero”.
Il riferimento a Israele è apparso immediato.
Del resto è appurato che Epstein ha mantenuto per anni rapporti strettissimi con ambienti israeliani. Diverse inchieste giornalistiche hanno documentato incontri, legami personali e finanziari, trasferimenti di denaro e relazioni con figure di primo piano, tra cui l’ex primo ministro Ehud Barak. I due fondarono anche Carbyne, società tecnologica con numerosi ex membri dell’intelligence israeliana.
Dopo le incriminazioni del 2008 Epstein si rifugiò in Israele, prima di ottenere un patteggiamento estremamente favorevole.
Nel 2025 Tucker Carlson lo accusò apertamente di essere un agente del Mossad.
L’ex agente della CIA John Kiriakou afferma che Epstein era un agente del Mossad incaricato di ricattare i potenti per favorire gli interessi di Israele.
Ari Ben-Menashe, ex ufficiale dei servizi israeliani, sostiene che Epstein e Ghislaine Maxwell gestissero incontri sessuali utilizzati come “trappola al miele” finalizzata al ricatto delle élite per conto di Israele. Non solo, Ben-Menashe afferma di averli incontrati negli anni Ottanta, quando operavano nel traffico d’armi sotto la supervisione di Robert Maxwell, padre di Ghislaine, potente editore britannico e figura a lungo indicata come collaboratore del Mossad, morto in circostanze mai del tutto chiarite nel 1991 al largo delle Canarie. Il suo funerale venne celebrato a Gerusalemme con una cerimonia di stato sul Monte degli Ulivi, a cui hanno partecipato alte cariche israeliane come il primo ministro Yitzhak Shamir, il presidente Chaim Herzog e Shimon Peres, che ha celebrato l’elogio funebre.
È stato sepolto con rito ebraico, onorato come un eroe.
Va ricordato che gli oltre tre milioni di file pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense rappresentano soltanto una parte del materiale raccolto dagli inquirenti. Eppure l’Epstein Files Transparency Act, firmato dal presidente Trump il 19 novembre 2025, concedeva al Dipartimento un mese per la divulgazione integrale. Le anomalie non riguardano però soltanto il numero dei documenti.
Nei file resi pubblici compaiono quasi tutti i nomi delle vittime, mentre risultano omessi gran parte di quelli dei responsabili. La desecretazione sembra quindi improntata su una logica intimidatoria: si espone chi ha subito violenze lasciando nell’ombra chi potrebbe esserne stato beneficiario o mandante.
I documenti finora resi pubblici non permettono di ricostruire l’intera rete di relazioni che ha costruito Jeffrey Epstein, ma sono più che sufficienti per capire che certi sistemi sono costruiti per assorbire lo scandalo, neutralizzarlo e trasformarlo in rumore di fondo.
È il meccanismo classico con cui il potere gestisce le crisi.
Nel caso Epstein, la sensazione è che l’obiettivo non sia mai stato quello di chiarire fino in fondo, bensì quello di contenere i danni. Proteggere i potenti, prima ancora delle vittime. Salvare la credibilità del sistema, anche al prezzo di sabotare la giustizia. Perché, quando i nomi dei carnefici scompaiono e restano solo quelli delle vittime, non si è di fronte a un errore burocratico ma a una scelta politica.
E a quel punto non è più uno scandalo: è un metodo.
I documenti disponibili sono però più che sufficienti per delineare un quadro impietoso sugli usi e i costumi di una parte delle élite, non solo statunitensi.
Riti orgiastici, sacrifici umani e perfino cannibalismo, spesso a danno di bambini e ragazze minorenni provenienti da contesti sociali disagiati.
Se si considera che il procuratore generale aggiunto Todd Blanche ha precisato che la divulgazione non ha incluso le immagini che mostravano “morte, abusi fisici o ferite” il quadro è molto più che inquietante.
Secondo l’analista Lucas Leiroz, “quanto è stato scoperto attesta pratiche sistematiche, organizzate e ritualizzate. Reti di questo tipo esistono solo quando sono sostenute da una profonda protezione istituzionale”. E ancora: “Come si può continuare ad accettare l’autorità di istituzioni che hanno protetto questo livello di orrore?”
È impossibile non pensare a due straordinarie opere di due autentici geni, visionari e profetici: Kubrick e Pasolini.
Non si può non pensare alle sequenze orgiastiche di “Eyes Wide Shut”, il film testamento di Stanley Kubrick. Il film squarcia il velo, strappa la maschera al Potere, mettendogliela. Il viaggio del protagonista Bill ricorda quello di un Ulisse contemporaneo che attraversa con coraggio e con ingenuità il mondo oscuro e occulto, il paese delle meraviglie sognato dalla moglie Alice. Nel suo viaggio Bill intravede, per un istante, il volto reale delle élite.
Un mondo in cui l’intimità diventa strumento di controllo, intimidazione e ricatto.
Kubrick mette in scena l’orgia mascherata, la doppia aquila massonica, i riferimenti espliciti ai Rotschild. Le sequenze orgiastiche di “Eyes Wide Shut”mostrano un potere che si nasconde dietro il rituale e la maschera.
Il nesso tra potere e corpo è al centro anche dell’ultima opera di Pasolini, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. In un’intervista a Giuseppe Bertolucci il regista ha esplicitato il fulcro tematico del film. “Il mio film è la metafora di ciò che il potere fa del corpo umano: la mercificazione. La riduzione del corpo a cosa, che è tipico del Potere. Di qualsiasi tipo di Potere”.
Di Marco Pozzi