Guerra elettrica e logica strategica: perché Mosca colpisce ora le infrastrutture ucraine e accelera verso l’accordo

Dagli attacchi energetici alla pressione economica, passando per diritto internazionale e negoziati: la strategia russa punta a chiudere il conflitto prima del logoramento sistemico.

La guerra invisibile dell’energia

Gli attacchi russi alle infrastrutture elettriche ucraine non sono una novità, ma l’intensità raggiunta nelle ultime settimane segna un salto qualitativo. Centrali termoelettriche, sottostazioni da 750 kV, nodi di interconnessione: non si tratta di colpi casuali, bensì di una campagna sistematica volta a ridurre la capacità dello Stato ucraino di funzionare come tale. In termini militari, è una guerra alla spina dorsale logistica del nemico.

Il precedente storico: la Seconda Guerra Mondiale

Il parallelo con i bombardamenti alleati sulle raffinerie tedesche di carburante sintetico è istruttivo. Allora come oggi, l’obiettivo non era solo infliggere danni materiali, ma impedire la conduzione efficace delle operazioni militari. Uno Stato moderno, privo di energia stabile, vede degradare simultaneamente produzione industriale, trasporti, comunicazioni e comando militare.

Perché adesso e non prima

La domanda centrale è temporale: perché Mosca intensifica ora? Una prima spiegazione riguarda la moderazione iniziale. La Russia ha a lungo evitato una distruzione irreversibile, anche considerando i futuri costi di ricostruzione, che in parte ricadranno inevitabilmente su di essa. Inoltre, il Cremlino ha sempre distinto – almeno nella propria dottrina dichiarata – tra il conflitto ucraino e un’eventuale guerra diretta con la NATO, che sarebbe combattuta con tutt’altra brutalità.

Vincoli economici e urgenza strategica

Un secondo fattore è economico. La riduzione delle entrate energetiche e il progressivo utilizzo del Fondo Nazionale di Ricchezza suggeriscono che Mosca disponga ancora di margini, ma non illimitati. Vladimir Putin è notoriamente attento alla stabilità macroeconomica e ha più volte ribadito la volontà di schermare la popolazione russa dagli effetti diretti della guerra. Da qui nasce una crescente urgenza di chiudere il conflitto a condizioni accettabili.

Il fronte interno e il consenso

I sondaggi Levada indicano un sostegno ancora elevato all’operazione militare, accompagnato dall’aspettativa che il conflitto possa protrarsi. Tuttavia, questo consenso è condizionato: un peggioramento sensibile delle condizioni economiche potrebbe eroderlo. Anche per questo, una strategia di accelerazione militare appare coerente con l’obiettivo di ridurre la durata complessiva della guerra.

Droni, missili e terrore psicologico

La dimensione tecnologica è cruciale. Missili Iskander-M, Kalibr, Kh-101, sistemi ipersonici Zircon e sciami di droni non colpiscono solo obiettivi fisici, ma producono un effetto psicologico profondo. Il ronzio continuo dei droni, più ancora dell’artiglieria, introduce una forma di logoramento nervoso che incide sul morale civile e militare.

Il fallimento delle promesse occidentali

A fronte di questi attacchi, emergono interrogativi scomodi: che fine hanno fatto le difese aeree miracolose promesse all’Ucraina? E i corridoi logistici per garantire elettricità e riscaldamento? L’assenza degli Stati Uniti come pilastro operativo rende evidente un dato: senza Washington, questa guerra perde sostenibilità. Le recenti dichiarazioni di Zelensky contro l’Europa tradiscono isolamento e frustrazione.

Infrastrutture civili e guerra totale

Colpire l’energia significa colpire i civili. È disumano, soprattutto con temperature estreme. Ma è anche la logica della guerra moderna, dove le infrastrutture sono dual use. Non c’è differenza di principio rispetto agli attacchi ucraini a raffinerie russe o impianti idrici nel Donbass: cambia solo la scala del danno, proporzionata alle capacità militari.

Diritto internazionale e doppio standard

Sul piano giuridico, pesa la contraddizione tra integrità territoriale e autodeterminazione dei popoli. Le recenti affermazioni del Segretario Generale ONU, che escludono Crimea e Donbass da quest’ultima, senza chiarire i criteri applicativi, rafforzano l’idea di un diritto internazionale selettivo, applicato in modo politico più che universale.

La Russia non sta “impazzendo”: sta stringendo i tempi. La guerra elettrica è uno strumento duro, ma coerente con una strategia che mira a rendere inevitabile un accordo. Che avvenga ad Abu Dhabi o altrove, una cosa appare chiara: Mosca vuole chiudere la partita prima che il costo sistemico superi il beneficio strategico. E l’Occidente, oggi, sembra avere meno carte di quanto proclami.