L’attentato ad Alekseev, il sabotaggio dei negoziati e l’ordine globale che cambia tra guerra, Cina e deterrenza

L’attacco a un alto dirigente del GRU durante i colloqui rivela chi teme la pace. Dalla crisi ucraina a Cina e nucleare, il mondo entra in una fase di riallineamenti forzati.

Un attentato che parla chiaro

L’attentato contro Vladimir Alekseev, vicedirettore del GRU, non è un episodio isolato né un gesto simbolico. È un atto direttamente ostile ai negoziati in corso. Colpire un uomo chiave dell’intelligence russa mentre il suo superiore, Igor Kostyukov, guida la delegazione negoziale ad Abu Dhabi significa lanciare un messaggio politico inequivocabile: la pace va impedita. Al di là del destino personale di Alekseev, che oggi riguarda innanzitutto la sua famiglia e il suo Paese, l’obiettivo strategico dell’operazione è evidente. Non si elimina un funzionario di quel livello per indebolire Mosca – che può sostituirlo rapidamente – ma per provocare, spingere la Russia a reagire in modo emotivo o a ritirarsi dal tavolo.

Il sabotaggio come strategia

Da anni il racconto dominante in Occidente insiste ossessivamente sull’idea che la Russia non voglia negoziare. L’attentato smaschera questa narrazione. Se Mosca fosse davvero contraria a un accordo, non avrebbe senso tentare di far saltare le trattative colpendo uno dei suoi uomini chiave. L’operazione appare invece coerente con la logica del partito della guerra, interessato a prolungare il conflitto fino all’ultimo ucraino. Un’azione del genere, per profondità e sofisticazione, difficilmente può essere attribuita alla sola SBU senza appoggi esterni. La manovalanza può essere ucraina, ma il know-how richiesto suggerisce un livello superiore.

Kiev e le sue contraddizioni

Non è un caso che, nelle stesse ore, Zelensky abbia annunciato nuove operazioni offensive autorizzate alla SBU. Molti precedenti attentati in territorio russo sono stati rivendicati o confermati dagli stessi apparati ucraini. Questo rafforza l’idea di una doppia linea: negoziare formalmente, sabotare nei fatti.

Sperare che i colloqui producano risultati, nonostante queste dinamiche, resta difficile ma necessario. In gioco non c’è solo l’equilibrio geopolitico, ma il futuro del popolo ucraino, già devastato da una guerra per procura che va ben oltre i suoi interessi nazionali.

Il caso Lituania e l’illusione della fedeltà

La recente ammissione del primo ministro lituano sull’“errore strategico” dei rapporti con Taiwan è istruttiva. Vilnius ha creduto di poter anticipare una rottura globale tra Occidente e Cina, guadagnando credito politico a basso costo. Ha invece scoperto di essere sola. La Cina non ha reagito simbolicamente, ma strutturalmente, colpendo l’intera filiera europea. L’opinione pubblica lituana, lucidamente, ha compreso l’assurdità di una provocazione su una linea rossa che non aveva nulla a che fare con gli interessi nazionali. Oggi la Lituania tenta una marcia indietro completa.

Il disaccoppiamento che non c’è

Il punto centrale è che il grande disaccoppiamento tra Occidente e Cina non si è verificato. L’ordine a guida statunitense che piccoli Paesi europei pensavano di servire con zelo ideologico è in fase di trasformazione, se non di declino. Essere “più realisti del re” si sta rivelando una pessima strategia.

New START e il ritorno della deterrenza

In questo quadro si inserisce la fine del trattato New START. L’uscita statunitense non va letta solo come aggressività, ma come adattamento a un mondo tripolare. Il trattato vincolava USA e Russia, lasciando fuori la Cina, oggi terzo attore nucleare in rapida crescita. Mosca non ha mostrato isteria: ha continuato a modernizzare il proprio arsenale senza entrare in una corsa quantitativa. È un approccio razionale, coerente con una deterrenza credibile ma sostenibile. Anche per questo l’ipotesi di includere Pechino in un nuovo accordo non dispiace al Cremlino.

Un equilibrio informale

Le indiscrezioni su un “gentleman’s agreement” temporaneo tra USA e Russia indicano che, sotto la superficie, esiste ancora una responsabilità strategica condivisa. La retorica può essere aspra, ma nessuno ha interesse a un collasso totale del regime di controllo.

Dall’attentato ad Alekseev alla crisi lituana, fino alla deterrenza nucleare, emerge un filo conduttore: il mondo sta entrando in una fase di riallineamento duro, dove l’ideologia pesa meno della sopravvivenza strategica. Chi continua a sabotare la pace lo fa perché teme questo nuovo equilibrio. Mosca, piaccia o no, appare oggi uno degli attori più lucidi nel prenderne atto.