Iran, negoziati salvati sul filo: tra deterrenza, grandi manovre e il vero nodo strategico di Washington
Sventato il sabotaggio dei colloqui Usa-Iran a Muscat: dietro la crisi non solo il nucleare, ma il futuro equilibrio del Medio Oriente, il ruolo di Israele e la sfida eurasiatica che coinvolge Russia e Cina.
Il negoziato evitato e la logica dei pretesti
Il tentativo di far saltare il dialogo tra Stati Uniti e Iran rientra in un copione ormai noto. Bastano un dettaglio logistico – la sede dei colloqui – o una posizione già chiarita da tempo, come il rifiuto iraniano di discutere la propria deterrenza missilistica, per costruire un casus belli mediatico. In realtà, la richiesta di Muscat al posto di Istanbul appare una misura di sicurezza preventiva, legittima in un contesto segnato da incidenti mai del tutto chiariti e da un clima di costante pressione.
Deterrenza iraniana e razionalità strategica
Teheran non può permettersi ambiguità: rinunciare ai missili significherebbe esporsi a una vulnerabilità esistenziale. La dottrina difensiva iraniana è costruita proprio sull’idea di rendere troppo costoso qualsiasi attacco diretto. Non è ideologia, ma freddo calcolo geopolitico, soprattutto in una regione dove la memoria delle guerre preventive è ancora viva.
Escalation controllata e guerra psicologica
L’abbattimento di un drone iraniano da parte della U.S. Navy si inserisce in una dinamica di tensione calibrata. Episodi simili sono frequenti nei cieli mediorientali e raramente producono conseguenze. Qui, invece, l’obiettivo sembrava chiaro: alzare il livello dello scontro per costringere Washington a rompere il tavolo negoziale. Tentativo fallito.
Il fattore Trump e la pressione dei falchi
Donald Trump ha scelto una linea ambigua: retorica muscolare verso Teheran, ma nessun passo irreversibile. Una scelta che riflette la consapevolezza dei limiti militari americani e del rischio di un conflitto regionale fuori controllo. Le pressioni interne ed esterne non sono mancate, ma non sono bastate.
Cina, Russia e il concerto delle grandi potenze
Decisivo, in questo frangente, il ruolo di Pechino e Mosca. La decisione cinese di riorientare le importazioni energetiche verso l’Iran è un segnale politico inequivocabile. Le telefonate incrociate tra Xi Jinping, Vladimir Putin e Trump indicano che il vero livello della crisi non è regionale, ma globale. La momentanea distensione nasce da qui, non dalle dichiarazioni di rito dei Paesi dell’area.
Se il dialogo fallisce, lo scenario bellico
Il negoziato di Muscat sarà limitato al dossier nucleare, ma il suo fallimento aprirebbe scenari drammatici. Dallo Stretto di Hormuz alla vulnerabilità delle basi statunitensi, una guerra con l’Iran non avrebbe nulla di “limitato”. Analisi militari indipendenti sottolineano come le capacità logistiche Usa non siano pensate per una guerra di logoramento contro un attore regionale preparato e determinato.
Perché l’Iran è il nodo strategico
La questione iraniana va ben oltre il Medio Oriente. Un regime change a Teheran servirebbe a Washington per più obiettivi: garantire l’egemonia israeliana, penetrare in Asia centrale, ostacolare la Nuova Via della Seta, indebolire BRICS e asse eurasiatico. Non si tratta di “punire” l’Iran, ma di rimuovere una pedina chiave dalla scacchiera globale.
Israele e la tentazione egemonica
Israele ha ormai abbandonato l’idea di un equilibrio regionale condiviso. La visione di una potenza militare permanente, con confini elastici e proiezione extra-territoriale, inquieta non solo i nemici dichiarati ma anche partner come Turchia e Arabia Saudita. Un Medio Oriente dominato da Tel Aviv non è uno scenario rassicurante per nessuno.
Un contesto regionale sempre più fragile
La maggior parte dei Paesi arabi, pur diffidando dell’Iran, teme una guerra che li travolgerebbe. Questo rende il progetto statunitense estremamente complesso: tenere insieme alleati riluttanti, un Israele radicalizzato e un Iran sostenuto, seppur indirettamente, da Russia e Cina.
Il tempo come fattore decisivo
Qui sta il punto centrale. Il tempo lavora per Teheran: resistere, evitare lo scontro frontale, logorare la volontà avversaria. Per Stati Uniti e Israele, invece, il tempo è una risorsa che si consuma. L’illusione della “pace attraverso la forza” rischia di scontrarsi con società stanche e con capacità materiali sempre più limitate. Il vertice di Muscat è solo una tappa. In gioco non c’è solo il nucleare iraniano, ma l’assetto futuro dell’intero Medio Oriente allargato e l’equilibrio tra le grandi potenze. Evitare la guerra resta l’unica scelta razionale. Ma, come spesso accade nella storia, la razionalità non è sempre ciò che guida le decisioni.