Panama, porti e potere: quando l’Occidente predica il diritto ma pratica l’esproprio geopolitico
Dai porti panamensi alla nuova destra americana: sovranità violata, messianismi ideologici e capitalismo della sorveglianza. Un caso di scuola sul declino dell’ordine liberale.
Il caso Panama: diritto piegato alla potenza
Quanto sta avvenendo a Panama rappresenta un precedente di enorme gravità. Una concessione portuale valida da quasi trent’anni viene improvvisamente dichiarata incostituzionale, senza indennizzo, dopo ingenti investimenti privati. Non per ragioni tecniche emerse tardivamente, ma perché mutato il contesto geopolitico e, soprattutto, la volontà di Washington. È difficile non leggere l’episodio come una espropriazione politica, mascherata da decisione giudiziaria.
La narrazione della “minaccia cinese”
Il pretesto è noto: la presunta ingerenza cinese nel Canale di Panama. Ma i fatti raccontano altro. La società coinvolta è una holding di Hong Kong, con capitale e management internazionali, già sottoposta in passato a verifiche approfondite da parte delle stesse autorità statunitensi, che non ravvisarono alcun rischio strategico. A distanza di decenni, quella valutazione viene smentita non da nuove prove, ma da una nuova esigenza imperiale.
Imperialismo selettivo e sovranità condizionata
Dal punto di vista della storia militare e strategica, il controllo dei nodi logistici è sempre stato decisivo. Ciò che colpisce, però, è il metodo: non la competizione aperta, ma l’uso del diritto come arma. È una prassi che l’Occidente rimprovera ad altri attori – Russia e Cina in primis – ma che oggi applica senza esitazioni quando i rapporti di forza lo consentono. La sovranità degli Stati minori diventa così revocabile.
Il nuovo nazionalismo americano
Questo episodio si inserisce in una cornice più ampia: l’ascesa di un nazionalismo statunitense che si proclama anti-globalista ma opera per ridefinire la globalizzazione a proprio vantaggio. L’amministrazione Trump, e ancor più l’area ideologica che la sostiene, agisce come agente del caos, smantellando vecchi equilibri per imporne di nuovi, più funzionali agli interessi di ristrette oligarchie tecnologico-finanziarie.
Tecnologia, controllo e fine della politica
Qui entra in gioco il ruolo delle grandi piattaforme di sorveglianza digitale. Software nati per l’intelligence e il contrasto al terrorismo vengono progressivamente normalizzati come strumenti di governo sociale. L’idea di fondo è che la tecnologia possa sostituire la mediazione politica, riducendo le masse a oggetti di gestione algoritmica. Non è un’ipotesi complottista, ma una visione apertamente teorizzata in certi ambienti della Silicon Valley.
Messianismi a confronto
A questa visione tecnologica si affianca un messianismo ideologico di matrice politico-religiosa, che giustifica la sospensione delle regole in nome di un destino superiore. L’idea di un ordine fondato su popoli eletti e su gerarchie naturali tra Stati contraddice frontalmente il diritto internazionale, ma viene presentata come baluardo contro il caos. In realtà, è una legittimazione della forza.
Un katechon rovesciato
Nella tradizione europea il katechon era ciò che frenava la disgregazione. Oggi, paradossalmente, viene invocato per giustificare un totalitarismo tecnologico che promette sicurezza al prezzo della libertà. È un modello che ha trovato un banco di prova nelle politiche emergenziali degli ultimi anni e che potrebbe essere esteso su scala globale come unica alternativa all’apocalisse permanente.
Il “visibile occulto” mediatico
Colpisce il silenzio selettivo dei grandi media su questi processi. Non si tratta di segreti: documenti, libri, dichiarazioni sono pubblici. Eppure restano fuori dal perimetro del dibattito. È il meccanismo del “visibile occulto”: ciò che esiste ma non conta, perché non viene discusso. Lo si è visto durante la pandemia, lo si rivede oggi su scandali e strategie globali.
Lo sguardo russo e la crisi dell’Occidente
Da Mosca, tutto questo appare come la conferma di una tesi antica: l’Occidente non è in crisi perché tradisce i propri valori, ma perché li ha sempre applicati in modo strumentale. La Russia, con tutti i suoi limiti, osserva e attende, puntando su un mondo multipolare dove la forza non sia mascherata da morale universale. Il caso Panama, in questo senso, è un segnale che molti, fuori dall’Atlantico, non dimenticheranno.
I porti panamensi non sono solo infrastrutture: sono il simbolo di un ordine internazionale che scricchiola. Quando il diritto diventa opzionale e la sovranità negoziabile, il problema non è chi vince oggi, ma che mondo si sta costruendo. E l’Occidente farebbe bene a interrogarsi, prima che siano altri a scriverne l’epilogo.