Caso Epstein e guerra in Ucraina: il filo oscuro dell’Occidente tra impunità delle élite e logica spietata del conflitto

Dalla paralisi morale sullo scandalo Epstein al gelo imposto all’Ucraina: quando l’indifferenza di massa diventa uno strumento di potere geopolitico

Il Caso Epstein e la paralisi dell’indignazione

La documentazione emersa sul Caso Epstein si presenta come un materiale frammentato, disorganico, composto da email private, testimonianze giudiziarie e atti processuali di diversa attendibilità. Ma proprio questa natura caotica rivela una verità politicamente scomoda: lo scandalo non colpisce un solo campo ideologico, bensì l’intero arco del potere neoliberale occidentale, tanto a destra quanto a sinistra. È per questo che l’indignazione resta confinata nello spazio digitale. Nessuna grande mobilitazione, nessuna risposta politica strutturata. Quando uno scandalo non è strumentalizzabile contro un avversario preciso, il sistema preferisce neutralizzarlo attraverso l’indifferenza.

La narrazione deviata e il riflesso automatico anti-russo

Di fronte all’impossibilità di ricondurre Epstein a una sola fazione, una parte dei media mainstream ha scelto una via già nota: spostare l’attenzione sulla Russia. Un riflesso condizionato che serve non a spiegare, ma a confondere. La Russia diventa così il contenitore simbolico di ogni male, utile a evitare domande più scomode sulla natura reale delle élite occidentali. È una dinamica comunicativa ormai rodata: quando il problema è interno, lo si esternalizza. Quando il potere è messo a nudo, lo si copre con una narrazione geopolitica semplificata.

Potere, diritto e la rottura del patto sociale

Se anche solo una parte di ciò che emerge fosse confermata, ci troveremmo davanti non a deviazioni individuali, ma a pratiche considerate efferate in ogni civiltà storica, comprese quelle di tremila anni fa. Il punto non è lo scandalo in sé, ma il suo significato politico: la percezione crescente che esista un’élite estranea, se non ostile, alla società che governa.

In assenza di una mobilitazione popolare autonoma, non guidata né dalla destra né dalla sinistra, il rischio concreto è che tutto venga assorbito dal ciclo mediatico e archiviato come una notizia qualunque. Sarebbe la conferma di una frattura irreversibile tra potere e società.

Ucraina al gelo: la fine della tregua e la realtà della guerra

Mentre l’Occidente discute, l’Ucraina è tornata al buio e al freddo. La fine della cosiddetta “tregua del gelo” ha coinciso con uno dei più massicci attacchi russi degli ultimi mesi. Missili balistici, da crociera, ipersonici e droni hanno colpito in modo sistematico il sistema energetico ucraino, soprattutto nelle regioni centrali e orientali. Centrali termoelettriche, sottostazioni da 750 kV, nodi di trasmissione strategici: l’obiettivo è chiaro e dichiarato. Disconnettere il sistema energetico nazionale, riducendo la capacità dello Stato ucraino di sostenere lo sforzo bellico.

Infrastrutture dual use e diritto dei conflitti armati

Dal punto di vista del diritto internazionale umanitario, la questione è tragica ma non ambigua. Le infrastrutture energetiche moderne sono dual use: civili e militari al tempo stesso. Alimentano ospedali e abitazioni, ma anche industrie belliche, reti di comando e trasporto militare. Colpire queste strutture è disumano nelle conseguenze, ma non rappresenta un’anomalia giuridica nel contesto di una guerra ad alta intensità. Non vi è differenza di principio rispetto agli attacchi ucraini contro raffinerie russe o infrastrutture idriche nel Donbass. Cambia solo la proporzione del danno, determinata dalle capacità militari.

Le promesse mancate dell’Occidente

Le domande che emergono sono inevitabili: dove sono finite le difese aeree miracolose promesse? Dove sono i ponti logistici in grado di garantire riscaldamento e continuità energetica? Dove sono finite le narrazioni sulla Russia “a corto di armi”? La realtà è che, senza gli Stati Uniti, questa guerra non ha più senso strategico per Kiev. I segnali di isolamento politico del presidente Zelensky sono evidenti, così come la crescente percezione a Washington che sia diventato un ostacolo negoziale, più che una risorsa. Il filo che unisce il Caso Epstein e la guerra in Ucraina è sottile ma reale: l’indifferenza di massa come strumento di potere. Nel primo caso, serve a proteggere le élite. Nel secondo, a prolungare un conflitto combattuto sulla pelle di chi non decide. La storia non premia la retorica, né assolve le buone intenzioni. Distribuisce conseguenze. E chi, al caldo e lontano dal fronte, invoca la lotta senza quartiere dovrebbe ricordare che la guerra, quella vera, la pagano sempre gli altri.