Europa, energia e proxy war: come la dipendenza americana ha sostituito quella russa rendendo il continente più fragile
Dal gas russo al GNL statunitense, passando per Ucraina e narrazioni mediatiche: l’UE paga il prezzo di scelte strategiche subordinate e di una sovranità energetica perduta
La svolta energetica europea: una liberazione solo apparente
Negli ultimi quattro anni l’Unione Europea ha raccontato a se stessa una storia rassicurante: quella della liberazione dalla dipendenza energetica russa. Una narrazione politicamente utile, ma strategicamente fragile. Il gas russo, economico e stabile, è stato sostituito dal GNL statunitense, più costoso, più volatile e soggetto a dinamiche politiche che Bruxelles non controlla. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: prezzi energetici più alti, perdita di competitività industriale, deindustrializzazione tedesca e crescente fragilità sociale. E mentre la Commissione europea celebra il bando definitivo del gas russo, il sistema che lo ha sostituito mostra tutte le sue crepe.
Il gas come arma: la differenza tra Mosca e Washington
Questa settimana i prezzi del gas negli Stati Uniti sono aumentati di circa 70%, raggiungendo il massimo degli ultimi tre anni. Poiché l’Europa è ormai strutturalmente dipendente dal GNL americano, questi rincari si tradurranno direttamente in bollette più care per famiglie e imprese europee, nel pieno di uno degli inverni più rigidi degli ultimi anni. Qui emerge un punto cruciale, spesso rimosso dal dibattito pubblico: chi usa davvero l’energia come strumento politico? La storia dimostra che, per decenni, prima l’URSS e poi la Federazione Russa hanno continuato a fornire gas all’Europa anche nei momenti di massima tensione geopolitica, inclusa la Guerra Fredda. Persino dopo l’invio di armi tedesche all’Ucraina e l’attacco al Nord Stream, Mosca ha ribadito che la ripresa delle forniture dipendeva da Berlino. Gli Stati Uniti, al contrario, hanno una lunga tradizione di strumentalizzazione dell’energia.
Il “dominio energetico americano” come dottrina imperiale
La Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti del 2025 non lascia spazio a interpretazioni: il “dominio energetico americano” è una priorità strategica e le esportazioni di gas sono definite uno strumento per proiettare potenza. Non si tratta di mercato, ma di geopolitica.
Sotto Donald Trump questa impostazione è diventata esplicita. Funzionari statunitensi hanno collegato apertamente la continuità delle forniture energetiche a concessioni politiche e regolatorie, arrivando a utilizzare il gas come leva negoziale su dossier che vanno ben oltre l’energia, dalla Groenlandia agli equilibri interni europei.
L’Europa si scopre così dipendente da un alleato il cui Presidente minaccia l’integrità territoriale di Stati europei. Un rischio sistemico ben superiore a quello attribuito, spesso in modo ideologico, alla Russia.
Proxy, non alleati: la lezione dimenticata della storia
Qui il parallelo storico diventa inevitabile. L’Italia non perse la Seconda guerra mondiale sotto le bombe, ma molto prima, quando accettò un ruolo subordinato, delegando la propria sovranità strategica in cambio di protezione. Gli ucraini oggi vivono dentro lo stesso meccanismo. Non sono vittime di un destino misterioso, ma di una collocazione geopolitica precisa: quella di proxy. Un proxy non è innocente, è un attore che accetta di essere campo di battaglia in cambio di promesse che durano finché servono. La guerra non giudica le intenzioni morali. Distribuisce effetti, non giustizia. E li distribuisce in base al potere decisionale, non alla retorica.
Narrazioni mediatiche e distrazioni di massa
In questo contesto si inserisce il caso degli Epstein Files, che hanno messo in difficoltà i grandi media occidentali. Di fronte a documenti che mostrano connessioni profonde con élite politiche, finanziarie e apparati di sicurezza occidentali, una parte dell’informazione ha scelto la via più semplice: evocare lo “spettro russo”. Le ricostruzioni che dipingono Epstein come un asset del Cremlino si basano su allusioni prive di riscontri, mentre vengono sistematicamente ignorati elementi ben più solidi: i rapporti con Ehud Barak, l’intelligence israelo-americana, e il ruolo di aziende come Palantir nel complesso militare-tecnologico occidentale. Non è censura. È gestione della narrativa. L’Europa paga oggi il prezzo di una scelta: aver scambiato autonomia strategica con allineamento automatico. Il gas è solo il sintomo. La malattia è più profonda: la rinuncia a decidere. La storia, come sempre, non condanna né assolve. Registra le conseguenze. E ogni popolo che accetta un ruolo che non controlla, prima o poi, ne paga il costo