Dalla “massive armada” al disordine globale: Medio Oriente, Nord America e Africa nella nuova fase multipolare

Washington tra de-escalation tattica, pressioni sugli alleati e instabilità diffusa: Iran, Canada e Africa rivelano i limiti della potenza americana

La forza come messinscena

Il dispiegamento della cosiddetta “massive armada” statunitense in Medio Oriente ha avuto un impatto più mediatico che operativo. Trovarsi, nello stesso teatro, circondati da esercitazioni navali iraniane, russe e cinesi ha ridimensionato la narrativa dell’intimidazione totale. In uno scenario simile, il rischio non era la vittoria rapida, bensì la perdita di controllo e di prestigio.

De-escalation necessaria

Non sorprende che Washington abbia iniziato a cercare una exit strategy. Le aperture al dialogo provenienti da Teheran — confermate dai vertici diplomatici e di sicurezza iraniani — hanno offerto agli Stati Uniti una via d’uscita onorevole. Presentare il ripiegamento come successo della deterrenza è parte del gioco: salvare la faccia resta cruciale in un’area dove le basi regionali e lo spazio aereo non sono più scontati.

Il fattore israeliano

Dietro la tensione, emerge un altro obiettivo: contenere Israele. L’alleato mediorientale spinge per un confronto duro con l’Iran, ma una guerra regionale coinvolgerebbe Hezbollah, Houthi e infrastrutture sensibili, con esiti imprevedibili. Per Washington, frenare Tel Aviv è diventato un esercizio di diplomazia impropria, mascherata da fermezza.

La Russia come perno di equilibrio

In questo quadro, la Russia agisce con prudenza. Mosca partecipa alle esercitazioni con Iran e Cina non per provocare, ma per segnalare presenza e sostenere un ordine multipolare. È una postura filigranata: evitare l’escalation, rafforzare i legami e dimostrare che il monopolio occidentale della sicurezza è finito.

Canada: la pressione sugli alleati

Lo stesso schema di pressione emerge in Nord America. Le attenzioni statunitensi verso i separatismi dell’Alberta e il risveglio della questione del Quebec mostrano come Washington non esiti a strumentalizzare fratture interne anche nei Paesi amici. Il Canada, che ambisce a guidare le medie potenze, scopre così la vulnerabilità della propria coesione territoriale.

Africa, il fronte dimenticato

Intanto, l’Africa brucia. Dal Sahel al Corno d’Africa, fino ai Grandi Laghi, si sovrappongono terrorismo, guerre per le risorse e rivalità regionali. Stati un tempo periferici diventano snodi strategici per migrazioni, energia e sicurezza europea. Qui l’Occidente arretra, mentre nuovi attori — Russia inclusa — cercano spazi di influenza offrendo stabilità più che ideologia.

Medio Oriente, Canada e Africa raccontano la stessa storia: la potenza americana resta rilevante, ma non più decisiva. La diplomazia dello spettacolo cede il passo a compromessi forzati, mentre il mondo si organizza su equilibri regionali. In questo passaggio, la Russia gioca una partita misurata, puntando a essere fattore di stabilità in un sistema internazionale sempre più frammentato.