Preparatevi alla “tassa per la libertà”. I miliardi di spese militari presto si chiameranno così. Il nuovo trend europeo aperto dall’Olanda. E chi paga sei tu
Meno welfare, più povertà, più armi. Il settore bellico diventerà un pilastro dell’economia europea. Il futuro sarà tra emergenze e conflitti continui
Presto le spese militari cambieranno nome: si chiameranno “tassa sulla libertà” o “tassa per la libertà”. Un’etichetta rassicurante che viene inaugurata in queste ore dall’Olanda. Il governo entrante ha annunciato una “tassa sulla libertà” sul reddito dei singoli e sulle società, che genererà inizialmente circa 5 miliardi di euro all’anno per la difesa, secondo i partiti della coalizione.
È una scelta politica che tutta Europa sta seguendo. No al welfare, no agli investimenti in cultura ed educazione, sì all’apparato militare. Più poveri, più differenze sociali, meno ammortizzatori sociali, più mercato, più armi. Come gli Stati Uniti negli anni, si va verso un’economia della guerra. Il settore bellico diventerà un pilastro dell’economia europea. Nel 2024 la spesa per la difesa dell’UE è aumentata del 19% rispetto al 2023, segnando una crescita costante per oltre un decennio. Nel 2025 è diventata superiore a 380 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 343 miliardi del 2024.
Il nuovo governo olandese rispetterà così gli obiettivi NATO: la difesa si sposta dal 2% del PIL al 2,8% entro il 2030 e al 3,5% entro il 2035. Si stima che questo aumento possa valere, complessivamente, circa 19 miliardi di euro ogni anno. Per raccogliere la cifra, oltre alla “tassa sulla libertà”, gli olandesi hanno annunciato tagli rilevanti a sanità e welfare. Il trend è chiaro: in questa visione la difesa armata precede la cura delle persone.
Il caso non resta isolato. Molti paesi europei seguono lo stesso percorso: spingere la militarizzazione dell’economia senza usare quel termine. I governi presentano i fondi per le armi come investimenti strategici e necessari. Negli Stati Uniti questo processo ha preso forma nel corso di decenni e ha reso il complesso militare-industriale uno dei centri dell’economia. Le aziende che producono armi occupano una posizione dominante e condizionano le scelte politiche dei partiti e dei singoli politici. Uno studio del Brookings Institution evidenzia che la difesa USA rappresenta circa il 5% della produzione manifatturiera nazionale e che la spesa militare per R&S può costituire fra il 10% e il 20% di tutta la ricerca e sviluppo degli Stati Uniti, a seconda di come la si calcola.
Numerose tecnologie di uso comune derivano da investimenti militari: internet, GPS, materiali avanzati, ricerca medica, eccetera, dicono gli esperti. Ma questo argomento confonde il punto centrale: l’innovazione non nasce dalla guerra, ma dalla concentrazione di risorse economiche. Il problema non riguarda la capacità del settore militare di produrre tecnologia, ma la decisione di destinare lì una quantità enorme di fondi. Occorrerebbe trovare un equilibrio globale tra esigenze di difesa degli Stati e riduzione dei costi destinati al settore.
Una tassa che porta il nome di “libertà” non garantisce libertà. La libertà include la possibilità di vivere, curarsi, studiare e lavorare senza paura. Quando un governo finanzia le armi e riduce il welfare, scambia una promessa astratta con una perdita concreta. La militarizzazione dell’economia europea costruisce un futuro fondato sul conflitto continuo.