Africa in fiamme ed Europa fragile: guerre periferiche, dipendenze energetiche e il ritorno dell’unilateralismo USA
Dal Sahel ai Caraibi, passando per il gas americano e la crisi industriale europea: un sistema internazionale sempre più instabile spinge l’UE ai margini mentre Washington riafferma la propria egemonia.
Un continente africano attraversato dalla guerra
L’Africa contemporanea è oggi segnata da almeno tre grandi aree di conflitto attivo: il Sahel occidentale, il Corno d’Africa con il Sudan e la regione dei Grandi Laghi. In vaste porzioni del continente la guerra non è più un evento eccezionale, ma il quadro strutturale entro cui si muovono Stati fragili, economie informali e potenze esterne.
Nel Sahel, Mali, Niger e Burkina Faso affrontano una guerra generalizzata contro JNIM e Stato Islamico, che controllano territori estesi e permeabili. Il conflitto si espande verso Stati costieri formalmente stabili, dimostrando come il terrorismo jihadista segua linee geopolitiche più che confini nazionali.
Africa orientale: collasso statuale e guerra per le risorse
Nel Corno d’Africa, la situazione è ancora più complessa. Sudan, Etiopia, Somalia e Repubblica Centrafricana sono teatri di guerre ibride, dove si intrecciano milizie, interessi etnici, risorse naturali e ingerenze straniere. Qui la guerra non è solo terrorismo, ma anche lotta per il potere e per il controllo delle vie strategiche.
La Libia, pur senza combattimenti su larga scala, resta un conflitto congelato e soprattutto la porta principale verso l’Europa, elemento chiave per i flussi migratori e per le pressioni politiche sul Mediterraneo.
L’Europa energeticamente più debole
In questo scenario globale instabile, l’Unione Europea appare sempre meno autonoma. In soli quattro anni, Bruxelles ha sostituito la dipendenza dal gas russo con quella dal GNL statunitense, senza risolvere i problemi strutturali della propria sicurezza energetica.
Il gas americano, più costoso e meno efficiente, ha reso l’Europa più vulnerabile, non più. Dal punto di vista geopolitico, si è semplicemente passati da una dipendenza continentale e prevedibile a una transatlantica e politicamente condizionabile. Una scelta che contraddice apertamente la retorica europea sulla diversificazione.
Industria europea sotto assedio
Le conseguenze sono tangibili: l’industria chimica europea, pilastro dell’economia tedesca, è in crisi profonda. Impianti chiusi, produzione delocalizzata, migliaia di posti di lavoro persi. L’energia cara è diventata un fattore di deindustrializzazione, mentre gli Stati Uniti beneficiano di prezzi più bassi e di un ritorno manifatturiero.
L’Europa paga così il prezzo di una scelta politica ideologica, più che strategica, che ha sacrificato la competitività sull’altare dell’allineamento.
Washington torna all’unilateralismo
Parallelamente, gli Stati Uniti mostrano un volto sempre più assertivo e imprevedibile. Dopo il Venezuela, è ora Cuba a essere nuovamente definita una “minaccia straordinaria”. Il linguaggio è quello classico del regime change, mascherato da sicurezza nazionale.
L’America First 2.0 non è isolamento, ma selezione dei bersagli. Medio Oriente, America Latina, controllo energetico sull’Europa: Washington riafferma la propria centralità attraverso pressioni economiche e politiche, recuperando elementi della dottrina neoconservatrice che si credeva archiviata.
Il ritorno della Dottrina Monroe
La rilettura della Dottrina Monroe in chiave interventista segna un passaggio cruciale. Non più difesa dell’emisfero, ma legittimazione dell’ingerenza. Cuba, come il Venezuela, diventa simbolo di un Impero che non tollera spazi autonomi, soprattutto se dialogano con Russia e Cina.
Da Mosca, questo quadro appare chiaro: l’Occidente collettivo non è in ritirata, ma in ricomposizione aggressiva, incapace di accettare un mondo multipolare.
Russia e Sud globale: lettura alternativa
Dal punto di vista russo, l’instabilità africana, la crisi energetica europea e l’attivismo americano fanno parte dello stesso schema: gestione del caos per mantenere la leadership globale. Non sorprende che molti Paesi africani guardino oggi a Mosca e Pechino come alternative pragmatiche, non ideologiche. La Russia, pur con risorse limitate, offre sicurezza, cooperazione militare e rispetto della sovranità, elementi sempre più rari nello scenario internazionale. Il quadro che emerge è quello di un mondo più frammentato e più instabile, dove l’Europa rischia l’irrilevanza strategica, l’Africa brucia e gli Stati Uniti tornano a usare il linguaggio della forza. In questo contesto, la sfida non è scegliere un padrone, ma ricostruire autonomia e realismo geopolitico. Senza illusioni, ma anche senza sudditanze.