Dissonanza cognitiva, propaganda e negoziati: come l’Occidente racconta Russia e guerra mentre la realtà bussa alla porta

Tra narrazioni contraddittorie, tecniche psicologiche e silenzi strategici, il conflitto ucraino rivela più la crisi cognitiva dell’Occidente che la presunta debolezza dei suoi avversari

La dissonanza come cifra del racconto occidentale

La dissonanza cognitiva è ormai il marchio di fabbrica del discorso mediatico occidentale sui nemici geopolitici. La Russia ne è l’esempio più lampante: descritta simultaneamente come un Paese arretrato, quasi folkloristico, con un’economia “pari al PIL del Molise” e tecnologie da Guerra Fredda, ma anche come una minaccia esistenziale capace di travolgere l’intera NATO e di tenere il mondo sotto scacco con il suo arsenale nucleare. Due immagini logicamente incompatibili, proposte però senza imbarazzo allo stesso pubblico.

Il paradosso iraniano e la forza dei regimi

Lo stesso schema si ripete con l’Iran, dipinto come una teocrazia “mai stata così debole” e al contempo come un apparato repressivo onnipresente ed efficientissimo. Eppure, una repressione efficace presuppone fedeltà delle forze armate, controllo degli apparati di sicurezza e almeno una quota di consenso o passività sociale. Parlare di collasso imminente mentre si descrive un potere capillare significa chiedere al lettore di sospendere ogni criterio di coerenza.

Propaganda ieri: rozza ma coerente

La propaganda europea degli anni ’30 e ’40 era spesso brutale e caricaturale, ma manteneva una sua coerenza interna. Il nemico era inferiore, e quando i fatti smentivano la narrazione, si ricorreva alla censura o al ritardo delle notizie, non alla loro contraddizione sistematica. La resa di Paulus a Stalingrado, ammessa solo settimane dopo, fu un classico esempio: si spostò l’attenzione sull’eroismo, non si chiese alla popolazione di credere a due verità opposte.

Il rispetto implicito per l’intelligenza collettiva

In quel modello vi era, paradossalmente, un rispetto implicito per le capacità cognitive della popolazione. Le vittorie alleate venivano spiegate con il fattore quantitativo, salvando l’impianto ideologico senza bombardare il pubblico con input logicamente incompatibili. Oggi, invece, la contraddizione non viene nascosta: viene normalizzata.

La scuola americana della manipolazione

L’attuale tecnica comunicativa nasce negli Stati Uniti, dove la propaganda ha incorporato strumenti raffinati: psicologia comportamentale, PNL, marketing politico e una crescente militarizzazione delle scienze sociali, spesso integrate negli apparati del Pentagono e dell’intelligence. L’uso sistematico della dissonanza cognitiva non è un incidente, ma una tecnica deliberata.

Una tortura mentale a bassa intensità

Esporre costantemente una popolazione a messaggi contraddittori equivale a una forma di logoramento cognitivo. È una pressione mentale continua che disabitua al pensiero critico e rafforza il principio di autorità. Non stupisce che questa tecnica funzioni oggi meglio che in passato: il livello medio di capacità critica appare in declino, nonostante l’aumento dei titoli di studio.

Declino cognitivo e narrazioni anti-logiche

Il cosiddetto Effetto Flynn inverso, osservato dalla psicometria, suggerisce un calo delle prestazioni cognitive nelle generazioni più recenti. È lecito chiedersi se l’assuefazione a narrazioni anti-aristoteliche, prive di coerenza logica, non sia causa oltre che effetto di questo declino. Un circolo vizioso che rende il pubblico sempre più permeabile.

Il nodo dei colloqui di pace

In questo contesto si inserisce la questione dei colloqui di pace. Le informazioni sono scarse e vaghe: “clima costruttivo”, “discussioni franche”. Può essere un buon segno o il contrario. Da Kiev filtrano lamentele su pressioni statunitensi per concessioni territoriali in cambio di garanzie di sicurezza senza presenza militare occidentale. Il morale ucraino è appesantito anche dai bombardamenti sulle infrastrutture energetiche.

Mediazioni, silenzi e umori

Secondo il ministro Sybiha, si immagina una catena di accordi USA-Ucraina e USA-Russia, preludio a un trattato diretto. Voci di ultimatum americani a Zelensky circolano, difficili da verificare. Mosca, coerentemente, tace e rifiuta il dibattito pubblico. Le dichiarazioni enigmatiche di Kostyukov e il ruolo crescente di Abu Dhabi, con una Turchia insolitamente defilata, indicano equilibri in movimento.

Territori, centrali e tregua energetica

Per Washington la partita sembrerebbe ridotta alla questione territoriale e alla centrale di Enerhodar. I russi chiedono il Donbas residuo, ma mostrano flessibilità sull’energia. La recente tregua energetica, rivendicata da Trump, può essere letta come gesto tattico o come segnale di aspettative concrete. Mosca difficilmente concede più “gesti di buona volontà” gratuiti. Se la tregua avrà un seguito, lo diranno i fatti. Intanto, una cosa è chiara: la vera fragilità che emerge non è quella russa, ma quella di un Occidente prigioniero delle proprie narrazioni, sempre più contraddittorie e sempre meno credibili.