Ebrei antisionisti dichiarati antisemiti, il paradosso grottesco delle nuove leggi occidentali contro la critica a Israele

Con i progetti di legge in discussione in Italia e in altri Paesi europei che mirano ad adottare la definizione IHRA di antisemitismo e a criminalizzare l'antisionismo, ci troveremmo di fronte a questo paradosso: ebrei italiani antisionisti diventerebbero potenzialmente perseguibili per legge

Le provocazioni sempre più aggressive di Donald Trump nei confronti del Canada, dalla ripetuta proposta di annettere il Paese come "51° Stato" americano alle tariffe commerciali punitive, stanno producendo effetti collaterali imprevisti che intersecano nazionalismo, identità ebraica e diritto alla critica delle politiche israeliane. In Italia e in Europa non va meglio.

Il Canada di fronte all'espansionismo trumpiano

Una complessa triangolazione tra sovranità nazionale, identità ebraica e libertà d'espressione che merita un'analisi approfondita, soprattutto alla luce della crescente ondata legislativa, sia negli Stati Uniti che in Europa, volta a equiparare la critica a Israele con l'antisemitismo. Fin dal suo insediamento per il secondo mandato, il 20 gennaio 2025, Donald Trump ha intensificato una retorica espansionistica che ha pochi precedenti nella storia americana recente. Il Canada, tradizionale alleato degli Stati Uniti, si è trovato nel mirino di un Presidente che non nasconde le proprie ambizioni territoriali. Le dichiarazioni di Trump sono andate ben oltre la provocazione. A settembre 2025, davanti a comandanti militari statunitensi, ha dichiarato senza mezzi termini: "Il Canada ha chiamato un paio di settimane fa. Vogliono far parte del nostro sistema Golden Dome. Gli ho detto: perché non vi unite semplicemente al nostro Paese? Diventate il 51° Stato e l'otterrete gratis". Il tono è stato mantenuto costante per tutto l'anno, culminando in affermazioni sempre più esplicite sulla debolezza canadese nell'Artico e sulla sua dipendenza economica dagli Stati Uniti. La risposta canadese è stata unanime e ferma. Il Primo Ministro Mark Carney, succeduto a Justin Trudeau dopo le elezioni dell'aprile 2025, ha dichiarato alla BBC: "Non accadrà mai, in nessuna forma". Tutto ciò non ha fatto altro che provocare un rigetto quasi totale da parte dei canadesi, così come confermato dai vari sondaggi: secondo l'Angus Reid Institute, il 90% dei canadesi si oppone all'annessione. In un'indagine di aprile 2025, l'82% ha dichiarato di preferire addirittura tornare a essere un dominio dell'Impero Britannico piuttosto che essere annessi agli Stati Uniti. Le tensioni hanno avuto impatti concreti: nel 2025 i viaggi dei canadesi verso gli USA sono crollati del 28%, passando da 31,9 milioni a 22,9 milioni.

La comunità ebraica canadese: un quadro sfumato

È in questo contesto di nazionalismo canadese così rinvigorito dai noti atteggiamenti aggressivi dell’attuale Presidente USA che va inquadrata la posizione della comunità ebraica canadese rispetto alla guerra di Gaza. Secondo un'indagine condotta tra novembre 2024 e gennaio 2025 (quindi ancor prima delle folli esternazioni di Trump di cui sopra) da JSpaceCanada, New Israel Fund of Canada e Canadian Friends of Peace Now su 502 elettori ebrei canadesi, emerge che ben il 53% si oppone all'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e Gaza,  il 52% sostiene ancora la soluzione dei due Stati,  Il 51% è d'accordo con l'affermazione: "Sostengo la sicurezza israeliana ma mi oppongo agli insediamenti come violazione del diritto internazionale, che rende anche impossibile una soluzione a due Stati". Naturalmente, dopo le esternazioni pesantemente espansionistiche e annessionistiche di Trump, tale atteggiamento ostile della comunità ebraica canadese nei confronti delle politiche del governo Netanyahu, in particolare sull'espansione coloniale, non ha fatto altro che aumentare e irrobustirsi.  Parallelamente all'irrigidimento nazionalista contro Trump, anche il governo canadese ha assunto posizioni sempre più critiche verso Israele, in netto contrasto con la tradizionale alleanza strategica tra Tel Aviv e Washington. Già dal dicembre 2023, il Canada ha adottato una serie di misure concrete:

  • Sospensione dell'approvazione di nuovi permessi per la vendita di beni militari a Israele
  • sospensione di circa 30 permessi precedentemente approvati
  • imposizione di sanzioni ai ministri israeliani Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, insieme ad Australia, Nuova Zelanda, Norvegia e Regno Unito
  • Sostegno alle risoluzioni ONU per il cessate il fuoco
  • riconoscimento dello Stato palestinese.

Queste mosse, e particolarmente l’ultima, hanno segnato un'evoluzione significativa. Come ha notato il senatore indipendente Yuen Pau Woo, nominato dal governo liberale, il riconoscimento dello Stato palestinese indica quanto rapidamente si sia evoluta la politica canadese in breve tempo. Una lettera inviata a Carney da 173 ex ambasciatori e diplomatici canadesi il giorno prima della sua dichiarazione sullo Stato palestinese, cattura questo cambio di paradigma. Hanno scritto di essere preoccupati che "i valori e gli interessi canadesi di lunga data in un ordine mondiale che rispetti il diritto internazionale e i diritti e la dignità di tutti i popoli" vengano "abbandonati quotidianamente" a Gaza.

La stretta legislativa: quando criticare Israele diventa reato

È in questo contesto che va inquadrata la crescente ondata legislativa, sia negli Stati Uniti che in Europa, volta a limitare la critica a Israele attraverso l'equiparazione con l'antisemitismo. Un fenomeno che solleva gravi interrogativi sulla libertà d'espressione e sui diritti fondamentali.

Gli Stati Uniti: l'Antisemitism Awareness Act

Il 1° maggio 2024, la Camera dei Rappresentanti ha approvato con 320 voti a favore e 91 contro l'Antisemitism Awareness Act (H.R. 6090), proposto dal repubblicano Mike Lawler appena due settimane e mezzo dopo il 7 ottobre. La legge richiede al Dipartimento dell'Educazione di considerare la definizione operativa di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) nel determinare se i casi di molestie siano motivati dall'antisemitismo, sollevando preoccupazioni che violerebbe l'intento del Titolo VI del Civil Rights Act del 1964. Tale Atto ha ricevuto pesanti critiche da importanti gruppi ebraici come J Street e Jewish Voice for Peace. Chris Godshall-Bennett, avvocato dell'American-Arab Anti-Discrimination Committee, di religione ebraica,  ha dichiarato: "Armando l'antisemitismo equiparando la critica a Israele con l'odio anti-ebraico, questo disegno di legge erode i principi fondamentali della libertà d'espressione e della libertà accademica. La critica al sionismo e al governo israeliano non è antisemita, e confondere le due cose serve solo a coprire le numerose e continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele, così come il suo genocidio dei palestinesi a Gaza." I tribunali americani stanno già considerando se l'uso della definizione IHRA di antisemitismo per forgiare politiche e leggi sia incostituzionale.

Europa: Germania in prima linea

La Germania ha assunto un ruolo di punta nella repressione della critica a Israele. I governi cittadini e statali tedeschi hanno vietato o stanno considerando di vietare l'esposizione di triangoli rossi (un simbolo adottato da alcuni combattenti della resistenza palestinese). Da giugno 2024, i richiedenti la cittadinanza tedesca vengono testati sulla loro conoscenza dell'ebraismo e della vita ebraica. Devono dichiarare la loro convinzione nel diritto di Israele ad esistere per dimostrare il loro impegno verso i "valori tedeschi" (una evidente contraddizione in termini). Esperti legali e difensori dei diritti hanno infatti ampiamente messo in discussione la costituzionalità del richiedere sostegno politico per uno Stato straniero come condizione per la cittadinanza.

Regno Unito: arresti per simboli palestinesi

Nel febbraio 2024, tre persone sono state condannate per reati di terrorismo in Gran Bretagna dopo aver esposto immagini di parapendii (simbolo dell'attacco del 7 ottobre quando Hamas li usò per entrare in Israele) a una protesta di solidarietà palestinese, con la motivazione controversa che ciò equivalesse a 'glorificazione delle azioni' di Hamas. Asa Winstanley, redattore di Electronic Intifada la cui abitazione londinese è stata perquisita dalla polizia antiterrorismo nell'ottobre 2024, suggerisce che l'adozione da parte del governo britannico della definizione IHRA di antisemitismo nel dicembre 2016 possa aver giocato un ruolo nell'ondata di repressione che prende di mira "dissenso legittimo, protesta e azione politica" contro i crimini commessi dallo Stato israeliano. Secondo Winstanley, la definizione controversa, secondo quanto riferito influenzata dall'intelligence israeliana, "non fa nulla per proteggere gli ebrei o chiunque altro,  il suo obiettivo primario è criminalizzare i palestinesi e i loro sostenitori". Cita l'esempio sorprendente di un consiglio di Londra che nel 2019 ha utilizzato la definizione IHRA di antisemitismo per vietare una pedalata locale filo-palestinese che cercava di raccogliere fondi per attrezzature sportive per bambini di Gaza.

L'ONU e la strumentalizzazione dell'antisemitismo

Nel gennaio 2025, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Türk ha emesso una dichiarazione significativa sull'antisemitismo, cercando di tracciare una linea chiara tra il necessario contrasto all'odio anti-ebraico e la legittima critica alle violazioni dei diritti umani. "Condanno senza riserve" gli attacchi contro sinagoghe e siti culturali ebraici, ha scritto Türk. "Respingo anche i tentativi di confondere tutta la critica alle politiche del governo israeliano e alle operazioni militari con l'antisemitismo. Non è antisemita, per esempio, deplorare operazioni militari che sollevano gravi preoccupazioni per violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani. Né è antisemita condannare quelle violazioni e sollecitare il rispetto della legge, comprese le decisioni dei tribunali internazionali". Türk ha concluso: "Il mio Ufficio rappresenta i diritti umani e la dignità di ogni singola persona. Documentiamo le violazioni dei diritti umani nel Territorio Palestinese Occupato, in Israele e in molti altri luoghi, indipendentemente dall'identità di autori e vittime. Non siamo pro o contro nessuno; piuttosto, siamo pro-tutti. Questa è la verità radicale dei diritti umani. Le Nazioni Unite continueranno a fare tutto quanto in nostro potere per prevenire e porre fine all'antisemitismo. Continueremo anche a resistere alla strumentalizzazione della lotta contro l'antisemitismo". Anche Irene Khan, la Relatrice Speciale dell'ONU sulla Promozione e Protezione del Diritto alla Libertà di Opinione ed Espressione, nell'agosto 2024 ha emesso un rapporto completo intitolato "Minacce Globali alla Libertà di Espressione Derivanti dal Conflitto a Gaza". Khan ha riscontrato che "divieti generali di simboli palestinesi, collegando i palestinesi come popolo al terrorismo o all'antisemitismo, li demonizzano e stigmatizzano e cercano di delegittimare la loro lotta di liberazione".

Il paradosso degli ebrei antisionisti: da vittime dell'odio a fuorilegge

Uno degli aspetti più grotteschi e pericolosi di questa deriva legislativa è il paradosso che si crea per gli ebrei antisionisti. Se questi progetti di legge – già approvati in vari stati USA e in discussione in diversi Paesi europei, Italia inclusa – dovessero passare nella loro formulazione attuale, milioni di ebrei nel mondo si ritroverebbero potenzialmente fuorilegge. La confusione – voluta e strumentale – tra antisionismo e antisemitismo rappresenta non solo un'aberrazione logica ed etimologica, ma una violenza concettuale che cancella secoli di dibattito interno all'ebraismo stesso.

Una distinzione fondamentale

Antisemitismo è un termine coniato nel 1879 per indicare l'odio contro gli ebrei. Etimologicamente, però, il termine 'semiti' si riferisce ai popoli di lingua semitica,  categoria che include arabi, ebrei, aramei, etiopi e altri. I palestinesi, popolazione autoctona di quella terra, sono semiti quanto gli ebrei. Nella pratica corrente, tuttavia, il termine 'antisemitismo' viene utilizzato esclusivamente per designare l'odio, il pregiudizio e la discriminazione contro gli ebrei in quanto popolo, etnia o religione. Antisionismo è invece l'opposizione politica al sionismo, cioè al movimento politico nato alla fine dell'Ottocento che propugna la creazione e il mantenimento di uno Stato ebraico in Palestina. È una posizione politica, non razziale, che riguarda la forma di organizzazione statale e i diritti nazionali. Confondere i due termini significa equiparare l'odio razziale con la critica politica, un'operazione tanto assurda quanto pericolosa.

La lunga tradizione ebraica antisionista

Ciò che rende questa confusione ancora più perversa è che l'antisionismo ha profonde radici nella tradizione ebraica stessa. Prima, durante e dopo la creazione dello Stato di Israele, intere correnti dell'ebraismo hanno rifiutato il progetto sionista per motivi religiosi, politici o etici.

  • L'antisionismo religioso: molte correnti dell'ebraismo ortodosso, come i Satmar e i Neturei Karta, considerano il sionismo un'eresia perché viola il principio talmudico secondo cui gli ebrei devono attendere il Messia prima di tornare in Terra Santa. Per loro, la creazione di uno Stato ebraico per mano umana è una sfida blasfema alla volontà divina.
  • L'antisionismo socialista: storicamente, molti ebrei socialisti e comunisti consideravano il sionismo una soluzione borghese e nazionalista al problema dell'antisemitismo, preferendo la lotta di classe internazionale. Il Bund (Unione Generale dei Lavoratori Ebrei in Lituania, Polonia e Russia) fu fortemente antisionista, sostenendo l'autonomia culturale ebraica nei Paesi di residenza piuttosto che l'emigrazione in Palestina.
  • L'antisionismo umanista: Intellettuali ebrei come Hannah Arendt, Noam Chomsky, Norman Finkelstein, Judith Butler e molti altri hanno criticato il sionismo per le sue implicazioni coloniali e per l'ingiustizia inflitte al popolo palestinese. Non per odio verso gli ebrei, ma precisamente per fedeltà ai valori umanistici della tradizione ebraica.
  • L'antisionismo contemporaneo: oggi esistono numerose organizzazioni ebraiche antisioniste: Jewish Voice for Peace negli USA, Jews for Justice for Palestinians nel Regno Unito, Independent Jewish Voices in Canada, e molte altre. Queste organizzazioni sono composte da ebrei che, spesso in nome dei valori ebraici di giustizia e riparazione, si oppongono alle politiche israeliane e in alcuni casi al progetto sionista stesso.

 

Il paradosso italiano (ed europeo)

Con i progetti di legge in discussione in Italia e in altri Paesi europei che mirano ad adottare la definizione IHRA di antisemitismo e a criminalizzare l'antisionismo, ci troveremmo di fronte a questo paradosso: ebrei italiani antisionisti diventerebbero potenzialmente perseguibili per legge. Un ebreo italiano che manifesti contro l'occupazione dei territori palestinesi, che sostenga il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), che critichi il sionismo come ideologia coloniale, potrebbe essere accusato di... antisemitismo. Un rabbino Neturei Karta che dichiari che Israele non dovrebbe esistere fino all'arrivo del Messia – posizione religiosa perfettamente legittima nell'ebraismo – potrebbe essere accusato di incitamento all'odio. Un professore universitario ebreo che insegna la storia critica del sionismo potrebbe vedersi accusato di creare un "ambiente ostile" per gli studenti ebrei. Norman Finkelstein, figlio di sopravvissuti all'Olocausto e autore di "L'industria dell'Olocausto", critico feroce del sionismo, sarebbe un criminale. Noam Chomsky, forse il più importante intellettuale vivente, ebreo e antisionista, sarebbe un propagatore d'odio.

L'assurdo logico e giuridico

Questa situazione crea un cortocircuito logico insostenibile:

  • Si criminalizza l'antisemitismo per proteggere gli ebrei
  • Si equipara l'antisionismo all'antisemitismo
  • Quindi si criminalizzano gli ebrei antisionisti per proteggere... gli ebrei!

È come se lo Stato italiano dicesse: "Proteggeremo gli ebrei dall'odio razziale perseguitando quegli ebrei che non sono d'accordo con le politiche di uno Stato straniero". È un nonsense giuridico, etico e politico. Inoltre, tali progetti di legge operano una discriminazione interna alla comunità ebraica, privilegiando gli ebrei sionisti (la cui visione politica viene protetta dalla legge) rispetto agli ebrei antisionisti (la cui visione politica viene criminalizzata). Lo Stato, quindi, prenderebbe posizione in un dibattito interno all'ebraismo, cosa che in una democrazia laica è semplicemente inaccettabile.

Il paradosso canadese: nazionalismo e diritto internazionale

Ma torniamo lì da dove siamo partiti, ovvero dal Canada e alla sua posizione particolare. Le tensioni con Trump hanno paradossalmente rafforzato un nazionalismo canadese che si esprime anche attraverso un maggior allineamento con il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali, una posizione che contrasta con l'unilateralismo trumpiano. In particolare, il governo canadese si sta progressivamente distanziando da Israele, in un momento in cui il nazionalismo canadese è ai massimi storici.  L'opinione pubblica canadese in generale si è spostata verso posizioni critiche su Israele: un sondaggio Leger del giugno 2025 ha mostrato che circa la metà dei canadesi concorda sul fatto che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Il rafforzamento dell'identità nazionale canadese in opposizione all'aggressività americana potrebbe nel tempo favorire posizioni ancor più critiche anche all'interno della comunità ebraica, soprattutto tra le generazioni più giovani e progressive. La triangolazione tra tensioni USA-Canada, posizioni della comunità ebraica canadese e legislazione anti-critica a Israele, rivela un quadro complesso in cui si intrecciano identità nazionali, appartenenze religiose, diritti umani e libertà d'espressione. Mentre Trump intensifica la sua retorica espansionistica e le sue pressioni commerciali contro il Canada, il governo di Ottawa risponde riaffermando la propria sovranità anche attraverso un maggior distacco dalle politiche israeliane più controverse. Questo avviene in un contesto in cui, sia negli Stati Uniti che in Europa, si moltiplicano i tentativi legislativi di criminalizzare la critica a Israele attraverso definizioni espanse e strumentali di antisemitismo, con il paradosso grottesco che ebrei antisionisti, italiani e di tutto il mondo, finirebbero per essere perseguibili per legge.

Il vero antisemitismo – l'odio, la discriminazione e la violenza contro gli ebrei – deve essere combattuto con determinazione. Ma quando la definizione di antisemitismo viene espansa per includere la critica alle politiche di uno Stato, quando si confonde deliberatamente antisionismo (posizione politica) con antisemitismo (odio razziale), quando si richiede ai futuri cittadini tedeschi di dichiarare fedeltà a Israele, quando studenti vengono arrestati per aver mostrato bandiere palestinesi, quando parlamentari canadesi vengono accusati di "alimentare l'odio" per aver criticato l'affamamento a Gaza, quando ebrei antisionisti rischiano di diventare criminali, allora siamo di fronte a qualcosa di diverso: la strumentalizzazione di una lotta sacrosanta contro il razzismo per soffocare il dibattito democratico e proteggere un governo straniero dalle critiche. Come ha sottolineato Glenn Greenwald (importante giornalista investigativo, avvocato e scrittore americano-brasiliano), "non esiste un'eccezione per Israele nel Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti". E non dovrebbe esistere in nessuna democrazia che si rispetti. La sfida per le democrazie occidentali è mantenere la propria coerenza: condannare senza riserve l'antisemitismo reale, proteggere le comunità ebraiche dalla violenza e dall'odio, ma al contempo difendere il diritto fondamentale di criticare le politiche di qualsiasi governo, incluso quello israeliano, quando queste violano il diritto internazionale e i diritti umani. In questo senso, la posizione canadese – che combina protezione delle comunità ebraiche con critica alle politiche israeliane più illegali – potrebbe offrire un modello più equilibrato rispetto alla deriva repressiva in atto altrove. Il futuro dirà se il nazionalismo canadese, rinvigorito dall'opposizione a Trump, saprà mantenere questa difficile posizione di equilibrio, o se anch'esso cederà alle pressioni per restringere ulteriormente gli spazi del dibattito democratico su Israele e Palestina.

Di Eugenio Cardi