La Ue cavalca la tigre Usa, ma ora ne ha paura: ma Washington da anni persegue i suoi interessi a discapito di quelli europei
La dipendenza economica e finanziaria dal dollaro, costruita scientemente negli anni proprio da coloro che oggi alzano la testa e cianciano di rafforzamento di Bruxelles, ci farà restare quello che siamo: complici dei progetti di dominio imperiale Usa
Nell’analisi della politica internazionale prevale da un po’ di tempo una visione apocalittica dell’ordine euro-atlantico basato sulla Nato. Alcuni ne hanno da tempo definito la morte, data l’anomalia trumpiana e l’irrituale violenza, che Washington ha scatenato sui sempre più remissivi alleati.
Come ho già citato nel libro Un approdo per noi naufraghi, Robert Cooper, diplomatico britannico, nel 2002, molto prima delle ammissioni pubbliche a Davos del primo ministro del Canada, ex direttore della Banca centrale di Londra, Mark Carney, aveva illustrato come il “liberal order basato sulle regole” fosse una ideologia adatta a difendere gli interessi geostrategici occidentali, nutrita di doppi standard e asimmetrie, violazioni aperte del diritto internazionale nei confronti degli Stati non appartenenti al club privilegiato. Non si tratta di un concetto rivoluzionario. Esso è da tempo compreso dalla parte consapevole della società civile europea. Rappresenta uno schiaffo in piena faccia a coloro, editorialisti, accademici e diplomatici, che purtroppo hanno da decenni alimentato la favola del mondo liberale buono contro le autocrazie cattive. Il presidente francese, con un patetico Whatsapp, ha chiesto un colloquio a Davos al presidente Usa perché, sebbene lui sostenga Washington in tutte le aperte violazioni della Carta onusiana, dal Venezuela all’Iran, proprio non riesce a comprendere la posizione americana sulla Groenlandia. Per decenni gli europei sono stati complici nella distruzione del multilateralismo e del diritto internazionale. Restano tuttavia sbalorditi se la Tigre, che hanno con disinvoltura cavalcato, si ritorce contro di loro.
Ci troviamo di fronte a un teatro di infima qualità. Le classi dirigenti europee costituiscono insieme a quella americana un uguale e omogeneo blocco di potere che ruota intorno al dollaro. Da tempo, e sicuramente dopo il colpo di Stato in Ucraina del 2014, hanno rinunciato a rappresentare gli interessi dei popoli europei, dell’euro, delle industrie e dell’economia nostrane. La grande industria tedesca ha subito il sabotaggio dei gasdotti senza fiatare, rassegnandosi a un declino economico nel quale sta attirando l’intero continente.
La dipendenza dalla finanza statunitense ha dopo il 2008 eroso ogni ideale di autonomia strategica europea. La narrativa liberal, conforme alle grandi lobby, ha costruito l’avversario in Trump, il volto selvaggio dell’impero, che distrugge le parvenze liberali e afferma il diritto statunitense di nutrirsi del sangue dei vassalli e dei nemici deboli, a cui vanno rubate materie prime e terre rare. Al netto dell’ipocrisia, si dovrebbe ben sapere che Washington da anni, con Biden e con Obama, ha perseguito i propri interessi a scapito dei nostri. Da Mitterrand in poi, dalla sua storica dichiarazione nel 1994 sulla guerra a morte in corso contro gli Usa, gli analisti di politica internazionale conoscono la divergenza di interessi esistente e la determinazione con la quale Washington ha ostacolato la costruzione di un’Europa politicamente e economicamente forte, in cooperazione con la Russia. La guerra in Ucraina è stata l’ultimo atto che ha eseguito l’elegante appello di Victoria Nuland “Fuck Europe”. La dipendenza economica e finanziaria dal dollaro, costruita scientemente negli anni proprio da coloro che oggi alzano la testa e cianciano di rafforzamento di Bruxelles, ci farà restare quello che siamo: complici dei progetti di dominio imperiale Usa, che secondo la strategia di difesa americana, dovrà implicare un più equo burden sharing, 5% di spese di difesa, Europa braccio armato della Nato contro la Russia. Questo il blocco di potere euroatlantico, che secondo Emmanuel Todd condivide una corruzione diffusa ed è sotto ricatto dati i flussi di denaro registrati da internet verso i paradisi fiscali. Un blocco di potere che con lo spazio politico mediatico e la sua classe di servizio in Europa costruisce una narrativa potente, in grado di fabbricare consenso anche nelle vittime, le classi lavoratrici. Lo sviluppo tecnologico, l’IA, come Larry Fink ha esplicitato, avrà nuovi temibili costi sociali. Di fatto ben più gravi saranno quelli culturali e democratici, a spese del nostro umanesimo. Eppure, in questi tempi cupi, ci sarebbe la possibilità, con una dirigenza diversa, un’istanza politica nuova e coraggiosa, in grado di unificare i settori schizzati del dissenso, per insinuarsi nelle contraddizioni oggettive del mondo occidentale.
Liberarsi della Nato, porre fine all’involuzione autoritaria che ha saldato il nuovo fascismo delle destre trumpiane, a partire dalla Meloni, con i cosiddetti progressisti del centrosinistra europeo. Le normative recentemente elaborate contro l’antisemitismo ne sono la prova, costituendo la criminalizzazione di ogni critica a Israele e del dissenso in genere.
di Elena Basile
Fonte: ilfattoquotidiano