Carney, Trump e la fine dell’ordine globale: tra impero, valori esoterici e ritorno brutale della Politica

Dal discorso di Carney a Davos alla sfida di Trump, passando per Ucraina e Iran: l’Occidente scopre che il mondo “basato sulle regole” era un mito e che la forza, oggi, parla il linguaggio degli interessi

La sfida di Carney e l’illusione delle potenze medie

Il discorso di Mark Carney a Davos, giustamente celebrato negli ambienti globalisti, merita una lettura meno ingenua. Quando l’ex governatore della Bank of England certifica la fine dell’“ordine basato sulle regole”, non parla solo da premier canadese, ma da interprete di una strategia britannica più ampia. L’invito alle potenze medie a creare reti pragmatiche contro la coercizione imperiale è, nei fatti, un appello a gravitare attorno a Londra, che ambisce a tornare perno geopolitico grazie alla residuale anglosfera.

Non è un disegno velleitario. La gestione britannica della cosiddetta coalizione dei volenterosi durante la guerra in Ucraina dimostra come il Regno Unito tenti di compensare il declino materiale con una rinnovata leadership politica e narrativa, proponendosi come guida morale e strategica di un Occidente in affanno.

Cina, Russia e il vecchio sogno della divisione

In questo quadro si colloca l’apparente ammorbidimento britannico verso Pechino. Non è una conversione, ma un tentativo classico: separare la Cina dalla Russia, nemico strategico irriducibile di Londra. È una linea che trova sponde anche a Washington, al di là delle rotture stilistiche introdotte da Donald Trump. Tuttavia, da Mosca la lettura è lucida: l’asse russo-cinese non nasce da affinità ideologiche, ma da una convergenza di interessi vitali contro l’egemonia occidentale, difficilmente scalfibile da manovre tattiche.

Il “giardino” europeo e il ritorno della giungla

Riprendendo l’intuizione di Philip Pilkington, l’Europa sembra rifugiarsi in una nuova versione del bunker hitleriano: l’illusione di poter salvare il proprio “giardino” espellendo il resto del mondo nella giungla. L’assertività trumpiana sulla Groenlandia ha infranto l’incantesimo, mostrando che la legge della forza vale anche all’interno del perimetro occidentale.

Qui Carney coglie un punto reale: la Groenlandia non è solo un dossier geopolitico, ma il momento epifanico della rottura del sistema. Non la sua crisi, bensì il suo disvelamento.

Valori, regole e brutalità esoterica

Il mondo “basato sulle regole” non era fondato sulle regole, bensì sui valori, usati come strumento di legittimazione. Durante la Guerra Fredda e ancor più dopo il 1989, questi valori sono diventati un credo esoterico, amministrato da élite finanziarie, culturali e tecnologiche. Le regole servivano a normalizzare la brutalità, non a limitarla.

Crisi finanziarie, pandemia, ideologia LGBTQIA+ (da distinguere dai diritti individuali), cancel culture e persino il clima sono stati integrati in questo sistema come dogmi indiscutibili, imposti con una violenza simbolica e materiale spesso superiore a quella della forza militare tradizionale.

Ucraina, sacrificio e opzione apocalittica

La guerra ucraina, letta da questa prospettiva, assume i contorni di un sacrificio rituale. Non il primo: dal Ruanda a Gaza, il sangue è stato il prezzo pagato per alimentare il mito di un mondo nuovo. In questa follia esoterica trovava spazio persino l’opzione apocalittica, di matrice gnostica: la distruzione come passaggio necessario.

Trump e il ritorno dell’interesse

Con Trump il sistema si incrina. Non per moralità, ma per interesse. La Politica torna al centro, i valori vengono accantonati e la forza diventa strumento, non fine. Chiudere la guerra in Ucraina non è un atto di bontà, ma il rifiuto di flirtare con la catastrofe globale. Per Mosca, questo mutamento è cruciale: non rende Washington amica, ma prevedibile.

Iran: diritti, sanzioni e doppi standard

In questo contesto si inserisce la nuova offensiva europea contro l’Iran. Germania e Italia spingono per inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche UE, in nome dei diritti umani. Le repressioni sono reali e gravi, ma la tempistica e la narrativa sollevano interrogativi. Da Teheran arriva una risposta dura: l’Occidente, sostiene il presidente Pezeshkian, non è mosso da compassione, bensì da interessi su energia e risorse.

Da osservatore filorusso ma moderato, il punto non è assolvere l’Iran, bensì notare la selettività morale europea: indignazione a geometria variabile, funzionale a equilibri geopolitici e allineamenti atlantici.

La disfida evocata da Carney non è solo geopolitica. È uno scontro tra un vecchio ordine esoterico, che rivendica valori assoluti, e una nuova fase di brutalità politica dichiarata, incarnata da Trump. La forza resta, l’impero pure, ma cambia il linguaggio: meno incantesimi, più interessi. Per la Russia, e per chi osserva senza paraocchi, è la fine di un’ipocrisia durata decenni. E forse l’inizio di un mondo più duro, ma almeno più sincero.