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Europei da alleati a sudditi: il declino occidentale e la nuova gerarchia del rapporto transatlantico

Tra Ucraina, Groenlandia e Medio Oriente, l’asse euro-atlantico muta natura: Washington detta le priorità, l’Europa paga i costi e perde centralità strategica

28 Gennaio 2026

Europei da alleati a clientes: il declino occidentale e la nuova gerarchia del rapporto transatlantico

Usa (Pixabay)

Dall’alleanza alla subordinazione

Nel panorama di una politica globale sempre più instabile, anche i rapporti ritenuti più solidi mostrano crepe profonde. Il legame transatlantico, per decenni architrave dell’ordine internazionale, sta cambiando natura: da alleanza fondata su regole condivise e consultazione, a rapporto gerarchico, segnato da asimmetrie crescenti. L’Europa, più che partner, appare oggi come spazio da organizzare, funzionale alle priorità strategiche statunitensi.

Il momento turco e il ridimensionamento iraniano

Nel Medio Oriente allargato, mentre l’Iran viene progressivamente logorato da pressioni interne ed esterne, è la Turchia a emergere come vero vincitore strategico. Da Siria e Libia ai Balcani e al Corno d’Africa, Ankara costruisce una rete di presenza che va ben oltre il tradizionale perimetro regionale. Integrata nella NATO, ma capace di cooperare con Mosca, la Turchia incarna un attore flessibile e sistemico, assai più insidioso di Teheran perché meno demonizzabile e meglio inserito nelle strutture occidentali.

Israele e la scoperta dei limiti

Il paradosso è evidente: il ridimensionamento iraniano apre spazi che non vengono occupati da Israele, bensì dalla potenza turca. Da qui la crescente inquietudine strategica di Tel Aviv, che scopre come i propri interessi non coincidano più automaticamente con quelli di Washington. La gestione della Siria, il dossier Gaza e persino il mancato riconoscimento del Somaliland mostrano una realtà nuova: gli Stati Uniti sono disposti a sacrificare sensibilità israeliane quando entrano in collisione con un alleato NATO dotato di massa critica regionale.

Ankara come pivot tra sistemi di potere

Dal punto di vista russo, la traiettoria turca è osservata con realismo. La permanenza delle basi russe in Siria, in un regime di convivenza negoziata, segnala che la perdita apparente è in realtà una riconfigurazione. Ankara agisce come ponte tra mondi, capace di muoversi nel perimetro occidentale senza recidere i canali con Mosca. È questa ambiguità strutturale a renderla centrale e a costringere Washington a posture che incrinano vecchie fedeltà.

Ucraina e Groenlandia: le cartine di tornasole

Il mutamento del rapporto transatlantico emerge con chiarezza nei dossier ucraino e groenlandese. In entrambi i casi, decisioni che toccano il cuore della sicurezza europea vengono trattate come questioni eminentemente americane. L’Europa contribuisce con risorse, deterrenza e costi economico-sociali, ma resta marginale nella definizione degli obiettivi politici finali, incluso il negoziato per l’uscita dal conflitto.

Dal 1945 alla crisi dell’ordine

Nel secondo dopoguerra, l’Europa era co-architetto dell’ordine occidentale. Gli Stati Uniti garantivano sicurezza, ma in un quadro che riconosceva una certa parità normativa. Oggi questo equilibrio è svanito. Il declino relativo dell’Occidente, la perdita di centralità economica e demografica, e l’ascesa dell’Asia hanno eroso le fondamenta di quell’ordine. Washington resta una Grande potenza, ma non più un egemone capace di guidare attraverso consenso e universalismo.

Gli Stati Uniti come egemone revisionista

In questo contesto, gli Stati Uniti agiscono sempre più come egemone revisionista, pronti a rivedere o aggirare le regole che non li favoriscono. Dal Nixon Shock alla progressiva delegittimazione del multilateralismo, fino alle recenti uscite da organismi internazionali, la traiettoria è chiara. L’Amministrazione Trump ha accelerato un processo già in atto, rendendo esplicite le gerarchie che prima restavano implicite.

Europa: piattaforma, non polo

Il risultato è un’Europa trattata come piattaforma industriale, economica e militare, chiamata a sostenere un sistema sempre più americano e sempre meno occidentale. L’autonomia strategica, un tempo tollerata, oggi è vista con sospetto. Quando emergono divergenze, la risposta non è il compromesso, ma il disciplinamento politico.

Il rapporto transatlantico non scompare, ma perde la sua pretesa fondativa. Non è più architettura dell’ordine globale, bensì strumento di gestione della transizione egemonica americana. Per l’Europa è una perdita di status; per la Russia, una conferma: l’Occidente non parla più il linguaggio delle regole universali, ma quello delle gerarchie di potenza. In questo mondo più duro e meno ipocrita, capire la nuova grammatica del potere diventa essenziale per non restare semplici clientes della storia.

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