24 Gennaio 2026
Donald Trump lo presenta come uno strumento di pace. Ma il Board of Peace appare fin da subito per ciò che è: un’alternativa privata e ideologica alle Nazioni Unite, costruita non per difendere i popoli, ma per servire gli interessi del capitale globale. Un’istituzione che svuota la diplomazia del suo significato e la riconsegna al mercato.
L’ONU, con tutti i suoi limiti, nasce dal principio che la pace sia un bene collettivo, fondato sul diritto internazionale e sulla cooperazione tra Stati. Il Board of Peace rovescia questa logica: chi paga entra, chi decide comanda, chi subisce le guerre resta oggetto, mai soggetto. La pace diventa un servizio a pagamento, la ricostruzione un affare, le macerie un asset.
Non si tratta di prevenire i conflitti, ma di gestirne le conseguenze in modo redditizio. Dalle rovine di Gaza ad altri teatri di guerra, il messaggio è chiaro: là dove fallisce la politica, può prosperare la finanza. Nessun controllo democratico, nessuna rappresentanza dei popoli colpiti, nessuna trasparenza. Solo potere concentrato e decisioni prese dall’alto.
È la logica neoliberale portata alle estreme conseguenze: la vittoria del potere finanziario sulla democrazia, la sostituzione delle istituzioni multilaterali con club esclusivi di governi e investitori. Un mondo in cui la pace non è un diritto, ma una concessione temporanea, revocabile, subordinata al profitto.
Il Board of Peace non è una risposta al caos globale. È parte del problema. E come sempre, il conto lo pagheranno i lavoratori, i civili e i popoli intrappolati nelle guerre che altri trasformano in business.
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