Groenlandia, Ucraina e Siria: l’Europa smarrita tra vassallaggio atlantico, crisi strategica e ritorno dei grandi imperi
Dalla pretesa americana sulla Groenlandia alla guerra ucraina e al caos siriano, l’Unione Europea rivela tutta la sua fragilità geopolitica mentre Washington, Mosca e Ankara giocano partite decisive
L’epifania del ridicolo europeo
La vicenda della Groenlandia, riesumata e brutalmente rilanciata da Donald Trump, ha avuto il merito di squarciare il velo sulle reali condizioni della leadership europea. Di fronte a una pretesa che infrange ogni liturgia diplomatica, Bruxelles ha reagito con gesti simbolici e imbarazzanti: contingenti militari inviati nell’Artico più per farsi fotografare che per incidere. Il punto non è la forza militare, che l’Europa non ha, ma la totale assenza di consapevolezza strategica, elemento ben più grave.
Gigante economico, nano geopolitico
Questa inconsistenza non nasce oggi. È il prodotto di decenni di delega e di una classe dirigente selezionata per fedeltà, non per visione. La stagione in cui la Germania di Merkel veniva celebrata come guida morale dell’Occidente conviveva con la definizione, corretta, di “nano geopolitico”. L’errore è stato estendere quella fragilità a tutta l’Unione, trasformata in una costruzione tecnocratica e servile, incapace di autonomia reale.
Ucraina: la guerra per procura che nessuno vuole chiudere
La guerra ucraina rappresenta l’apice di questo fallimento. L’Europa ha sposato una strategia non sua, accettando il ruolo di finanziatore e retrovia politica di un conflitto pensato altrove. La Russia, dal canto suo, ha dimostrato di saper reggere l’urto di un confronto prolungato, adattandosi sul piano militare ed economico. Continuare a ignorare questo dato significa condannare Kiev a un logoramento senza sbocchi, come ormai ammettono, sottovoce, anche diversi osservatori occidentali.
Trump, Mosca e la finestra negoziale
Il possibile ritorno di Trump ha aperto una finestra negoziale che l’Europa non sembra in grado di comprendere. Washington guarda all’Ucraina come a un dossier da chiudere per liberare risorse e attenzione, mentre Mosca chiede garanzie di sicurezza concrete, non slogan. In questo quadro, un ruolo europeo costruttivo sarebbe possibile solo accettando una realtà scomoda: senza la Russia non esiste architettura di sicurezza continentale.
Groenlandia come metafora imperiale
La Groenlandia non è solo ghiaccio e minerali: è una metafora dell’impero americano, che torna a parlare il linguaggio della forza e della geografia. L’Europa, formalmente alleata, scopre di non essere consultata ma semplicemente informata. La reazione danese, così come quella delle istituzioni comunitarie, conferma l’incapacità di distinguere tra sovranità e retorica.
Il Medio Oriente e il nodo siriano
Sul fronte mediorientale, la Siria resta un laboratorio del caos. Il riallineamento tra Stati Uniti e Turchia, a scapito dei curdi, mostra il cinismo delle politiche occidentali. Israele continua a puntare sulla frammentazione, mentre Damasco sopravvive senza vera sovranità. Per la Russia, la presenza nelle basi costiere non è ideologica ma strategica, e una destabilizzazione delle aree alawite rappresenterebbe un rischio diretto per Mosca.
ISIS, minoranze e caos controllato
La riemersione dell’ISIS e la fragilità del nuovo equilibrio siriano dimostrano che la “strategia del caos” non produce stabilità ma solo nuovi conflitti. Le minoranze, dai curdi agli alawiti, restano pedine sacrificabili. In questo scenario, l’Europa è del tutto assente, spettatrice di dinamiche che la colpiranno inevitabilmente in termini di sicurezza e migrazioni. L’Unione Europea è davanti a un bivio: continuare nel vassallaggio atlantico o recuperare una forma di realismo politico. Questo non significa abbracciare Mosca, ma riconoscere che la Russia è un attore strutturale, non un incidente della storia. Senza questa presa d’atto, Groenlandia, Ucraina e Siria resteranno capitoli diversi di un’unica storia: quella della irrilevanza europea nel mondo multipolare che avanza.