La fine del Rojava, accordo storico tra pressioni americane e ambizioni turche: i curdi siriani cedono il controllo del nord-est a Damasco
L'intesa in 14 punti, mediata dall'inviato speciale americano Tom Barrack e sottoscritta a Damasco alla presenza virtuale del leader delle SDF, Mazloum Abdi
Il governo di Ahmed al-Sharaa e le Forze democratiche siriane (SDF) hanno siglato domenica sera un cessate il fuoco che sancisce il ritiro delle milizie curde a est dell'Eufrate e la fine di fatto dell'esperimento semi-autonomista del Rojava, durato oltre un decennio.
Smantellata l'esperienza autonomista curda: ridisegnati gli equilibri regionali
L'intesa in 14 punti, mediata dall'inviato speciale americano Tom Barrack e sottoscritta a Damasco alla presenza virtuale del leader delle SDF, Mazloum Abdi (impossibilitato a raggiungere la capitale per maltempo), consegna nelle mani del nuovo governo siriano il controllo immediato di territori strategici ricchi di petrolio, acqua e grano, risorse vitali per l'economia del Paese e per gli equilibri dell'intera regione.
Un'offensiva lampo senza vera resistenza
Nel fine settimana, le forze governative hanno portato a termine un'avanzata rapida dalle roccaforti curde di Aleppo verso est, conquistando senza incontrare particolare resistenza le città chiave di Raqqa e Deir ez-Zor, oltre ai giacimenti petroliferi strategici di al-Omar (il più grande del Paese), al-Tanak eConoco. La presa è stata facilitata dall'appoggio decisivo delle tribù arabe locali, storicamente poco inclini all'amministrazione curda e scontente del dominio nazionalista curdo e della scarsa capacità di investimento economico del Rojava. La rapidità dell'operazione ha sorpreso molti osservatori internazionali, considerando che le stesse forze curde avevano liberato Raqqa dallo Stato Islamico nel 2017 e resistito eroicamente all'assedio di Kobane nel 2014. Le immagini delle statue raffiguranti combattenti donne curde abbattute a Tabqa sono diventate simbolo della fine di un'era. Secondo fonti sul terreno, la mancata resistenza curda sarebbe frutto di intense pressioni diplomatiche americane e della promessa, mantenuta con un decreto presidenziale, del riconoscimento dei diritti civili e culturali dei curdi siriani, una concessione che Damasco non garantiva dal 1962, quando decine di migliaia di curdi furono privati della cittadinanza.
Washington cambia partner nella lotta all'ISIS
L'accordo rappresenta una svolta radicale nella strategia statunitense in Siria. Dopo anni di alleanza con le forze curdo-siriane nella lotta contro l'ISIS, Washington affida ora il controllo del nord-est siriano - comprese le prigioni con circa 20.000 sospetti jihadisti e i campi con migliaia di donne e minori legati allo Stato Islamico - direttamente al governo di al-Sharaa, lo stesso leader che fino allo scorso anno era considerato un "terrorista" dal Dipartimento di Stato per il suo passato in Al-Qaeda. "Questo rappresenta un punto di svolta cruciale, in cui ex avversari abbracciano la partnership invece della divisione", ha dichiarato Barrack in un comunicato, promettendo che gli Stati Uniti sosterranno "fermamente" il processo di integrazione "mentre proteggiamo i nostri vitali interessi di sicurezza nazionale nella sconfitta dei residui dell'ISIS". Il Presidente al-Sharaa ha ribadito che "i curdi sono parte integrante della Siria".
Integrazione individuale o smantellamento?
L'accordo prevede l'integrazione dei combattenti curdi nell'esercito governativo, ma esclude esplicitamente la formazione di "battaglioni curdi" autonomi: l'arruolamento avverrà su base individuale, previo controllo di sicurezza, con assegnazione di ranghi militari e compensi. Una clausola centrale richiede inoltre l'espulsione di tutti gli elementi stranieri legati al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), considerato organizzazione terroristica da Turchia, Unione Europea e Stati Uniti. Il destino delle migliaia di combattenti donne delle YPJ (Unità di Difesa delle Donne), simbolo della rivoluzione sociale del Rojava, non è esplicitamente affrontato nel testo ma la loro esclusione dall'integrazione appare probabile. Sul piano amministrativo, Damasco assume il pieno controllo delle province di Raqqa e Deir ez-Zor, mentre ai curdi potrebbe rimanere una forma di gestione civile limitata al governatorato di Hasaka, con un governatore nominato tramite decreto presidenziale come garanzia di rappresentanza locale.
La Turchia festeggia, i curdi protestano
La Turchia ha accolto con favore l'accordo. Il Presidente Erdoğan, in una telefonata con al-Sharaadomenica sera, ha ribadito che "la completa eliminazione del terrorismo dal territorio siriano è necessaria sia per la Siria che per l'intera regione", assicurando il sostegno continuo di Ankara aDamasco "particolarmente nella lotta al terrorismo". Il capo della comunicazione di Erdoğan, Burhanettin Duran, ha scritto su X che "la Turchia è un attore potente sul terreno e efficace al tavolo dei negoziati" e che il cessate il fuoco e l'integrazione dell'SDF "segna una tappa importante". Ankara vede realizzarsi uno dei suoi principali obiettivi strategici: la fine dell'autonomia curda lungo il confine meridionale. Ma il sostegno turco all'offensiva ha scatenato proteste in patria. Nonostante la neve, almeno 500 manifestanti si sono radunati lunedì a Diyarbakir, la principale città del sud-est curdo, dove sono scoppiate tensioni con la polizia che ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma, arrestando almeno 20 persone. Abdullah Öcalan, leader storico del PKK imprigionato in Turchia, ha definito gli sviluppi siriani "un tentativo di sabotare il processo di pace", mentre il partito filo-curdo DEM (partito politico filo-curdo che opera in Turchia) ha accusato il governo di Ankara di "pura ipocrisia" (dal momento che Erdoğan da un lato cerca il dialogo con i curdi in patria e dall'altro supporta l'offensiva militare contro i curdi in Siria). Manifestazioni della diaspora curda sono state organizzate anche in Germania, Austria, Francia e Grecia, con slogan come "Difendere il Rojava significa difendere l'umanità".
La fine di un sogno
Per i curdi siriani, l'accordo rappresenta la fine di un sogno politico durato oltre dieci anni, durante i quali avevano costruito un sistema di autogoverno basato su principi di democrazia diretta, pluralismo etnico-religioso ed emancipazione femminile, un esperimento che aveva attirato l'attenzione di movimenti progressisti in tutto il mondo. Il leader dell'SDF, Mazloum Abdi,ha dichiarato che il ritiro da Deir ez-Zor e Raqqa verso Hasaka è stato deciso "per prevenire un ulteriore spargimento di sangue senza senso" e "evitare una guerra civile", ammettendo pesanti perdite ma promettendo di difendere quelli che ha definito i "risultati raggiunti" dalla regione curda. In un appello disperato, un comandante dell'SDF ha invocato garanzie dagli Stati Uniti e "altri attori internazionali", negando supporto da Iran o Russia ma dicendosi addirittura speranzoso di un intervento israeliano in favore dei curdi siriani. L'assenza di reazioni ufficiali da parte di Russia e Iran - storici alleati del regime di Assad ma apparentemente estranei al nuovo equilibrio siriano - è un ulteriore segnale di come il quadro regionale si sia radicalmente trasformato. Ad ogni modo le prossime settimane saranno decisive per capire se l'intesa manterrà le promesse di riconoscimento dei diritti civili e culturali curdi o se si tradurrà in una nuova fase di marginalizzazione per una popolazione che ha pagato un prezzo altissimo nella lotta contro lo Stato Islamico, perdendo oltre 11.000 combattenti.
Di Eugenio Cardi