"Islanda 52° Stato USA": le mire espansionistiche di Trump espresse da un ambasciatore "annessionista" provocano la reazione di Reykjavik
La vicenda ruota attorno alle dichiarazioni di Billy Long, ex deputato repubblicano del Missouri, scelto da Donald Trump come prossimo ambasciatore statunitense a Reykjavik. Long, in passato, ha pubblicamente affermato che l'Islanda dovrebbe diventare il 52° Stato americano
Non bastava evidentemente la Groenlandia. L'appetito espansionistico dell'amministrazione Trump sembra non conoscere limiti, e stavolta nel mirino è finita addirittura l'Islanda, nazione sovrana, membro NATO e pilastro della sicurezza euro-atlantica.
Dopo Groenlandia, Panama e Canada, Trump punta al cuore dell'Alleanza Atlantica
Una deriva espansionistica inquietante che sta provocando reazioni preoccupate anche tra i tradizionali alleati degli Stati Uniti. La vicenda ruota attorno alle dichiarazioni di Billy Long, ex deputato repubblicano del Missouri, scelto da Donald Trump come prossimo ambasciatore statunitense a Reykjavik. Long, in passato, ha pubblicamente affermato che l'Islanda dovrebbe diventare il 52° Stato americano (il 51° dovrebbe essere il Canada nelle intenzioni di Trump, per il resto vi sono alcuni territori americani - Porto Rico, Guam, Isole Vergini Americane, ecc. – che tecnicamente non sono Stati ma "territori non incorporati". Porto Rico in particolare ha tenuto vari referendum sulla possibile ammissione come 51° stato, senza mai raggiungere un consenso definitivo), un'uscita che all'epoca sembrò una provocazione o un'iperbole elettorale, ma che oggi, alla luce della retorica annessionistica del presidente eletto, assume contorni ben più preoccupanti.
La reazione islandese: raccolta firme e richieste di chiarimenti
Le parole di Long non sono passate inosservate a Reykjavik. Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, è partita una raccolta firme tra i cittadini islandesi per convincere il governo a respingere la nomina dell'ambasciatore designato. Un gesto senza precedenti che testimonia il livello di allarme crescente nell'opinione pubblica islandese. Il ministero degli Esteri islandese avrebbe già chiesto formali spiegazioni a Washington, secondo fonti diplomatiche.
Un pattern espansionistico sempre più evidente
L'episodio islandese si inserisce in un quadro sempre più definito di folli e preoccupanti ambizioni territoriali manifestate pubblicamente da Trump e dal suo entourage:
- La Groenlandia: territorio autonomo danese che Trump vorrebbe "acquistare" o comunque sottrarre al controllo di Copenaghen, con dichiarazioni che hanno provocato una crisi diplomatica con la Danimarca, storico alleato NATO.
- Panama: Trump ha minacciato di riprendere il controllo del Canale di Panama, ceduto formalmente alla sovranità panamense nel 1999 dopo decenni di presenza militare americana(trattati Torrijos-Carter).
- Il Canada: definito ripetutamente come potenziale "51° Stato", in quello che molti analisti hanno interpretato come un tentativo di normalizzare un linguaggio espansionistico verso i vicini settentrionali.
- Venezuela e Colombia: a seguito dell'eclatante rapimento e arresto di Maduro e consorte, accusati entrambi di essere dei narcotrafficanti, Trump ha dichiarato che gli USA "gestiranno" il Venezuela durante la transizione e ha minacciato esplicitamente anche la
L'occupazione del 1940: quando l'America "salvò" l'Islanda
Per comprendere appieno la gravità delle recenti dichiarazioni, occorre ripercorrere la storia della presenza militare americana in Islanda, una storia che gli islandesi ricordano con sentimenti ambivalenti. Il 10 maggio 1940, appena un mese dopo l'invasione nazista della Danimarca e dellaNorvegia, le truppe britanniche sbarcarono in Islanda senza preavviso con la scusa di "proteggerla" da una possibile invasione tedesca. Il governo islandese protestò formalmente contro quella che considerava una violazione della propria neutralità, ma non aveva mezzi per opporsi. Nel luglio 1941, con la Gran Bretagna impegnata su troppi fronti, furono gli Stati Uniti – ancora formalmente neutrali nel conflitto mondiale – a rilevare il controllo militare dell'isola. Circa 40.000 soldati americani vennero dispiegati su un territorio che all'epoca contava appena 120.000 abitanti: un rapporto di un militare straniero ogni tre islandesi, una presenza massiccia che trasformò radicalmente la società islandese. L'occupazione americana portò modernizzazione, infrastrutture, lavoro. Ma portò anche tensioni culturali, sociali e identitarie profonde. Migliaia di donne islandesi intrecciarono relazioni con i soldati americani – i cosiddetti "ástandsbörn" (bambini delle circostanze) - nati da queste unioni restano ancora oggi un capitolo doloroso della memoria collettiva islandese. La piccola nazione nordica, orgogliosa della propria indipendenza conquistata progressivamente nei secoli, si trovò di fatto sotto controllo straniero.
Dal dopoguerra alla Guerra Fredda: Keflavik e la NATO
Nel 1944, approfittando dell'occupazione danese da parte nazista, l'Islanda proclamò la piena indipendenza, diventando una repubblica sovrana. L'adesione dell'Islanda alla NATO nel 1949 rappresentò un momento di svolta epocale. La decisione provocò divisioni laceranti nella società islandese: manifestazioni, scontri, dimissioni governative. Ma la geografia era più forte dell'ideologia: l'Islanda occupava una posizione troppo strategica per essere lasciata indifesa. Nel 1951, su richiesta formale del governo islandese (ma sotto evidenti pressioni NATO), le truppe americane tornarono ufficialmente a Keflavik. Questa volta non come occupanti, ma come "alleati difensori". La distinzione era sottile, e molti islandesi non la percepirono affatto. Durante i quattro decenni di Guerra Fredda, l'Islanda assunse un'importanza strategica sproporzionata rispetto alle sue dimensioni. La cosiddetta "GIUK Gap" – lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito – rappresentava l'unico corridoio attraverso il quale i sottomarini sovietici potevano raggiungere l'Atlantico aperto dalle loro basi di Murmansk. Keflavik divenne il centro nevralgico di una rete di sorveglianza sottomarina senza precedenti, migliaia di militari americani stazionavano permanentemente sull'isola, creando una presenza che pesava enormemente sulla piccola comunità islandese. Con la fine della Guerra Fredda, il ruolo strategico di Keflavik sembrò ridimensionarsi. Nel 2006, Washington annunciò il ritiro delle truppe permanenti dalla base, una decisione che provocò reazioni contrastate in Islanda: sollievo per molti che vedevano finalmente allontanarsi la presenza militare straniera, preoccupazione per altri che temevano un abbandono della sicurezza islandese. Ma la guerra russo-ucraina ha riportato l'Atlantico del Nord al centro delle preoccupazioni strategiche occidentali. Keflavik ha visto un incremento significativo delle attività militari NATO, con dispiegamenti rotanti di aerei da combattimento di vari Paesi membri, missioni di sorveglianza intensificate e esercitazioni sempre più frequenti. È proprio in questo contesto che le dichiarazioni di Billy Long assumono un significato ancora più inquietante. L'Islanda si trova in una posizione di vulnerabilità strategica: ha bisogno della protezione americana ma teme che questa protezione possa trasformarsi in una forma di controllo o addirittura di annessione.
Le implicazioni delle dichiarazioni di Long
Per gli islandesi, le parole di Long non sono un'innocua provocazione retorica. Evocano una storia lunga e complessa di occupazione, dipendenza e perdita di sovranità. La raccolta firme contro la nomina di Long riflette una consapevolezza storica precisa: l'Islanda ha già sperimentato cosa significhi essere strategicamente indispensabile per gli Stati Uniti, e sa quanto possa essere sottile il confine tra protezione e controllo. Il fatto che queste dichiarazioni arrivino proprio mentre l'Islanda è nuovamente dipendente dalla presenza militare NATO per la propria sicurezza, le rende ancora più problematiche. Reykjavik non può permettersi di rompere con Washington, ma neppure può accettare passivamente un linguaggio che mette in discussione la propria sovranità.
Le reazioni europee: preoccupazione crescente
Le capitali europee stanno seguendo la vicenda con crescente preoccupazione. La Danimarca, già alle prese con le rivendicazioni sulla Groenlandia, vede nella scalata verso l'Islanda un ulteriore segnale della volatilità della politica estera trumpiana. Copenaghen e Reykjavik collaborano strettamente su varie questioni atlantiche, e una destabilizzazione dell'Islanda avrebbe ripercussioni immediate anche sugli equilibri danesi. I Paesi nordici, tradizionalmente vicini agli Stati Uniti, cominciano a interrogarsi sulla affidabilità di Washington come garante della sicurezza europea. Se neppure un alleato NATO storico come l'Islanda è al sicuro da dichiarazioni annessionistiche, quale Paese può sentirsi veramente protetto? La Norvegia, che condivide con l'Islanda un'identità nordica e preoccupazioni simili sull'Artico, osserva con apprensione. Anche Oslo dipende pesantemente dalla protezione NATO. Le dichiarazioni di Long creano così un precedente pericoloso: possono gli alleati fidarsi di un protettore che contempla pubblicamente l'annessione? In buona sostanza, quella che sembrava una serie di uscite estemporanee sta assumendo i contorni di una strategia politica ben precisa: testare i limiti della sovranità altrui, normalizzare un linguaggio espansionistico, rivendicare "diritti" su territori strategicamente rilevanti. L'Islanda, piccola nazione di appena 380.000 abitanti che ha già sperimentato decenni di presenza militare straniera, si trova ora a dover difendere principi che credevamo acquisiti da decenni: l'inviolabilità delle frontiere, il rispetto della sovranità nazionale, la sacralità degli accordi tra alleati. L'Islanda ha difeso la propria indipendenza contro il dominio norvegese nel Medioevo, contro il colonialismo danese nei secoli successivi, contro l'occupazione britannica nel 1940. Oggi si trova a dover difendere quella stessa indipendenza non contro un nemico, ma contro il proprio principale alleato.
Di Eugenio Cardi