Iran sotto pressione, tra destabilizzazione e diplomazia: il rischio di un nuovo conflitto e il ruolo silenzioso di Mosca
Dalle proteste economiche alle manovre israelo-americane, passando per il precedente venezuelano: Teheran resta nel mirino, mentre Putin tenta di riaprire uno spazio diplomatico
Una guerra solo rinviata
Nei circoli politici e mediatici occidentali più interventisti prevale una convinzione: l’attacco militare contro l’Iran non è stato cancellato, ma soltanto rimandato. La temporanea retromarcia di Donald Trump ha deluso settori influenti dell’establishment, che considerano lo scontro con Teheran parte di un destino strategico inevitabile. Non a caso, esaurita l’urgenza bellica, è scomparsa anche la narrazione umanitaria sulle sorti del popolo iraniano, tornata utile solo come cornice giustificativa.
Il precedente venezuelano come messaggio
Il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi ha avuto un forte impatto simbolico a Teheran. La coincidenza temporale con le proteste iraniane, innescate dal crollo del rial, ha alimentato il timore che Washington stia sperimentando un modello di pressione replicabile: sanzioni, crisi economica, destabilizzazione interna e infine l’azione diretta contro una leadership già criminalizzata sul piano mediatico.
Iran e Venezuela: un fronte comune
Iran e Venezuela condividono una collocazione geopolitica chiara: appartengono al fronte dei paesi che resistono all’egemonia occidentale. Dai tempi di Hugo Chávez, Caracas e Teheran hanno costruito una cooperazione economica, energetica e militare per aggirare le sanzioni. L’accordo ventennale firmato nel 2022, con particolare attenzione ai droni e alla sicurezza, ha rafforzato un asse percepito a Washington come una sfida diretta.
L’ossessione del cambio di regime
Dal 1979, la Repubblica Islamica è oggetto di una persistente strategia di contenimento e rovesciamento. Think tank americani hanno teorizzato, negli anni, un mix di assedio economico, destabilizzazione interna e opzione militare. Oggi, la crisi economica iraniana e l’età avanzata della guida suprema vengono lette come segnali di vulnerabilità, da sfruttare per forzare Teheran a una resa strategica.
Le proteste: cause reali e strumentalizzazione
A differenza delle mobilitazioni del 2009 o del 2022, le recenti proteste in Iran hanno avuto un’origine eminentemente economica. Inflazione, svalutazione della moneta e riforme dolorose hanno colpito in particolare i bazaari, tradizionale termometro sociale del paese. Le prime manifestazioni sono state in gran parte pacifiche e riconosciute come legittime anche dalle autorità. Tuttavia, il rapido intervento retorico e operativo degli Stati Uniti ha trasformato il malcontento in un terreno di scontro internazionale.
La mano israelo-americana
Le dichiarazioni di Trump, i messaggi del Mossad in lingua farsi, le ammissioni di ex dirigenti dell’intelligence israeliana delineano un quadro di operazioni d’influenza coordinate. Dalla fornitura di connettività satellitare alle presunte infiltrazioni armate, l’obiettivo appare quello di spingere la crisi oltre il livello di guardia. In questo senso, le sanzioni restano l’arma principale: colpiscono la popolazione, alimentano corruzione e creano il contesto ideale per la destabilizzazione.
Missili e deterrenza: la linea rossa di Teheran
Le richieste americane, rilanciate dall’inviato Steve Witkoff, sono chiare: rinuncia al programma nucleare, ai missili balistici e al sostegno agli alleati regionali. Ma per Teheran i missili rappresentano una linea rossa invalicabile. L’esempio libico pesa come un monito storico: Muammar Gheddafi rinunciò alla deterrenza strategica e finì travolto da un intervento occidentale mascherato da operazione umanitaria.
Il ruolo della Russia
In questo scenario ad alta tensione, Mosca si muove con prudenza strategica. La consegna di equipaggiamenti militari all’Iran non mira a favorire la repressione interna né a preparare una guerra regionale, ma a rafforzare la resilienza statale contro un’eventuale insurrezione armata dall’esterno. La recente telefonata di Vladimir Putin a Benjamin Netanyahu, con l’offerta di mediazione, segnala la volontà russa di evitare un’escalation che destabilizzerebbe l’intero Medio Oriente. Il futuro resta incerto. La pressione militare statunitense nel Golfo Persico indica che la minaccia non è svanita. Tuttavia, lo spazio per la diplomazia – seppur ristretto – esiste ancora. La Russia, forte della sua esperienza storica e della conoscenza delle dinamiche regionali, può giocare un ruolo di stabilizzatore discreto. La lezione del passato suggerisce che la destabilizzazione forzata produce solo caos. Ignorarla, ancora una volta, sarebbe un errore strategico dalle conseguenze imprevedibili.