Dallo scontro saudita-emiratino al fronte anti-iraniano: le faglie geopolitiche che attraversano il Medio Oriente
Tra ambizioni regionali, alleanze mutevoli e ingerenze esterne, il Medio Oriente vive una fase di profonda instabilità in cui Arabia Saudita, Emirati, Israele e Iran ridefiniscono equilibri e leadership
La contesa per la leadership araba
Il Medio Oriente sta entrando in una fase di riassestamento strategico in cui la competizione non è più soltanto tra blocchi ideologici, ma tra ambizioni di leadership regionale. Lo scontro sotterraneo tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ne è l’esempio più evidente. Riad, storicamente baricentro del mondo arabo sunnita, percepisce oggi Abu Dhabi come un rivale diretto, capace di muoversi con maggiore spregiudicatezza e con un solido appoggio esterno.
L’asse Abu Dhabi–Tel Aviv
Gli Emirati hanno intrapreso una politica estera assertiva ed espansionistica, che corre in parallelo con quella israeliana. La convergenza con Israele non è episodica, ma strutturale: cooperazione militare, intelligence e accesso alle basi ne sono i pilastri. In questo quadro, il sostegno emiratino alle operazioni israeliane a Gaza e l’attivismo nel Corno d’Africa assumono un significato più ampio, quello di una proiezione di potenza coordinata.
Dal Sudan allo Yemen: il rischio di sovraestensione
Il coinvolgimento degli Emirati nella guerra sudanese, attraverso il sostegno alle Forze di Supporto Rapido, e le manovre nello Yemen meridionale mostrano i limiti di questa strategia. La reazione saudita, culminata nei bombardamenti contro le milizie del Consiglio di Transizione Meridionale, ha segnato un punto di svolta: Riad non intende cedere spazio vitale a un alleato divenuto concorrente.
Il Mar Rosso e il Corno d’Africa
La competizione si estende al Mar Rosso, arteria cruciale per il commercio globale. Qui gli Emirati, in sinergia con Israele, hanno appoggiato indirettamente le aspirazioni etiopi a uno sbocco marittimo, destabilizzando l’equilibrio con l’Eritrea e irritando la Somalia, che ha rotto i rapporti con Abu Dhabi dopo le aperture sul Somaliland. È una partita ad alto rischio, che potrebbe incendiare un’area già fragile.
Riad cerca nuovi equilibri
Di fronte a questa pressione, l’Arabia Saudita reagisce tessendo una rete di alleanze difensive: Egitto, Somalia e, in modo più sorprendente, Pakistan. Quest’ultimo offre a Riad un ombrello strategico implicito, che rafforza la deterrenza saudita e segnala una crescente diffidenza verso gli Stati Uniti, percepiti come partner volatili quando entrano in gioco gli interessi israeliani.
Iran e Venezuela: il fronte della pressione occidentale
Sul piano globale, la crisi mediorientale si intreccia con la strategia statunitense di massima pressione contro i paesi refrattari all’ordine occidentale. Iran e Venezuela rappresentano due casi emblematici: sanzioni, destabilizzazione interna e minacce di intervento sono strumenti di una politica che punta più al logoramento che alla soluzione. Le proteste in Iran, di matrice economica, sono state rapidamente inglobate in una dinamica di ingerenza israelo-americana.
La destabilizzazione come metodo
Le dichiarazioni di esponenti statunitensi e israeliani, le operazioni d’influenza e le infiltrazioni sul terreno indicano una volontà di forzare Teheran a un compromesso strategico o a un cambio di regime. È una strategia già vista, che ignora però la resilienza delle strutture statali iraniane e il sostegno esterno di attori come Russia e Cina, interessati a contenere l’espansionismo occidentale.
Una lettura geopolitica più ampia
Da osservatore russofono e da analista di storia militare, appare chiaro che l’attuale fase non è il preludio a un nuovo ordine stabile, ma a un periodo di turbulenza prolungata. L’espansionismo emiratino, funzionale agli interessi israeliani, ha innescato reazioni a catena che stanno ricompattando attori regionali tradizionalmente diffidenti tra loro. Il Medio Oriente è oggi attraversato da faglie profonde, con Gaza come epicentro simbolico e umano di una crisi più vasta. L’Arabia Saudita tenta di difendere il proprio ruolo storico, gli Emirati cercano un protagonismo accelerato, Israele persegue una sicurezza egemonica, mentre l’Iran resiste sotto pressione. In questo scenario, le potenze globali giocano partite parallele, spesso miopi. Il rischio è che la somma di queste strategie produca non stabilità, ma un conflitto sistemico di cui tutti, prima o poi, pagheranno il prezzo.