Iran, propaganda e guerra ibrida: come l’Occidente usa la “democrazia” per destabilizzare e preparare nuovi conflitti
Dal messaggio di Trump alle proteste iraniane, tra rivoluzioni colorate, guerra dell’informazione e interessi strategici di USA e Israele
Il messaggio di Trump come detonatore mediatico
Il recente appello di Donald Trump ai “patrioti iraniani” non è una semplice dichiarazione estemporanea, ma un atto politico deliberato. L’invito a “prendere il controllo delle istituzioni” e la promessa di aiuti in arrivo chiariscono il contesto: legittimare dall’esterno una destabilizzazione interna. Non sorprende, dunque, che subito dopo il web occidentale sia stato invaso da una valanga di racconti su presunte stragi di manifestanti pacifici, nonostante l’oscuramento totale di Internet e Starlink in Iran, che rende impossibile qualsiasi verifica indipendente.
La costruzione della narrativa e il consenso europeo
In parallelo, il consueto apparato mediatico occidentale ha svolto il proprio ruolo: video riciclati, immagini fuori contesto, testimonianze impossibili da verificare. Una dinamica già vista, accolta con entusiasmo da ampi settori dell’opinione pubblica europea, sempre pronti a indignarsi secondo copione. Il risultato è una narrazione prefabbricata, funzionale a preparare il terreno politico e psicologico a possibili azioni militari, definite con l’ossimoro del “bombardamento umanitario”.
Rivoluzioni colorate e fragilità delle democrazie formali
L’esperienza storica mostra un dato costante: più uno Stato è aperto, permeabile e formalmente democratico, più risulta vulnerabile alle rivoluzioni colorate. Dove invece il potere è centralizzato e definito come “autocratico”, queste strategie incontrano maggiori difficoltà. Non per virtù morale, ma per resilienza strutturale. La cosiddetta democrazia liberale, spesso evocata come valore universale, si è rivelata in molti casi un cavallo di Troia, utile alle corporazioni transnazionali per imporre élite politiche allineate.
Marketing politico e manipolazione di massa
La politica occidentale ha ormai adottato integralmente le tecniche del marketing commerciale. Leader, influencer e testimonial vengono utilizzati per “vendere” il cambiamento, demonizzando il passato come obsoleto e corrotto. I social media amplificano il messaggio, creando comunità di consumatori ideologici pronti a credere a tutto pur di sentirsi dalla parte giusta. In questo quadro, la partecipazione popolare reale è minima, sostituita da una mobilitazione emotiva guidata dall’alto.
Le due fasi delle proteste in Iran
Le proteste iraniane mostrano una dinamica più complessa di quanto raccontato. Una prima fase, legata al carovita e alla crisi idrica, ha visto una partecipazione anche di settori tradizionalmente vicini alla Repubblica islamica. Una seconda fase, invece, assume i contorni di una rivolta organizzata, con elementi di guerra ibrida, uso di armi improvvisate e tecnologie avanzate. La tempistica, coincidente con incontri ad alto livello tra Washington e Tel Aviv, solleva interrogativi legittimi.
Numeri, realtà e intervento esterno
Anche ammettendo una lettura prudente dei dati ufficiali iraniani, un fatto emerge: la partecipazione è in calo. Poche migliaia di rivoltosi in una metropoli come Teheran non costituiscono una sollevazione nazionale. Persino fonti israeliane riconoscono che senza un intervento esterno diretto non vi sarà alcun cambio di regime, e che anche in quel caso il rischio di fallimento resterebbe elevato.
Intelligence, terrorismo e il fattore regionale
È significativo l’uso di Starlink da parte di gruppi ostili allo Stato iraniano, la stessa infrastruttura impiegata in altri teatri di conflitto. Ancora più rilevante è l’ammissione del Mossad circa la propria presenza operativa sul terreno, confermata dal ritrovamento di depositi d’armi e mercenari. In questo contesto, la cooperazione tra Iran e Turchia per contenere infiltrazioni terroristiche assume un valore strategico, soprattutto alla luce delle crescenti tensioni tra Ankara e Israele.
Propaganda occidentale e falsi oppositori
Nonostante ciò, l’Occidente continua a promuovere figure screditate o marginali come alternative di governo, dal figlio dello Shah a Maryam Rajavi, leader dei MeK, organizzazione responsabile di migliaia di vittime iraniane. Il tutto accompagnato da un incessante annuncio dell’“imminente crollo del regime”, che si ripete da decenni senza mai concretizzarsi. La situazione iraniana è complessa, contraddittoria e tutt’altro che riducibile agli slogan occidentali. La realtà sul terreno non coincide con i desideri di liberali e progressisti europei, né con le esigenze strategiche di Washington e Tel Aviv. Ancora una volta, la democrazia viene evocata non come fine, ma come strumento geopolitico, in una partita di potere che poco ha a che vedere con i diritti dei popoli e molto con il controllo delle regioni chiave del mondo.