Ucraina, il “dopo” prima della pace: truppe occidentali, Draghi negoziatore e l’illusione di piegare Mosca
Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti disegnano il futuro ucraino senza la Russia: sicurezza armata, finanziarizzazione e sfruttamento. Ma Mosca non è sconfitta e l’Europa rischia una crisi strategica
Il paradosso occidentale
C’è un paradosso che attraversa oggi il dibattito occidentale sull’Ucraina: si discute con crescente dettaglio del “dopo guerra” mentre la guerra non solo non è finita, ma resta priva di un serio percorso di pace negoziata. Le recenti dichiarazioni di Emmanuel Macron e del nuovo premier britannico Keir Starmer, favorevoli all’invio di truppe francesi e britanniche in Ucraina dopo il conflitto, si inseriscono in questa logica. Un messaggio che, più che rassicurare, contribuisce a irrigidire il quadro strategico.
Truppe occidentali e sicurezza: deterrenza o provocazione
L’idea di una presenza militare stabile franco-britannica in Ucraina viene presentata come garanzia di sicurezza. Ma dal punto di vista russo – che piaccia o meno – essa appare come l’ennesima estensione indiretta della NATO verso est. È difficile immaginare che il Cremlino possa considerarla neutrale o accettabile. La Russia ha impostato l’intero conflitto come una questione esistenziale di sicurezza strategica; ignorare questo dato significa non voler capire le ragioni profonde del confronto.
Draghi interlocutore unico: un errore di lettura
In questo scenario si inserisce la proposta, sostenuta anche da ambienti italiani, di indicare Mario Draghi come interlocutore unico europeo con Mosca. Dal punto di vista formale, l’idea di semplificare la catena negoziale può apparire razionale. Sul piano politico, però, è una scelta profondamente problematica. Draghi è percepito in Russia come simbolo della finanziarizzazione occidentale, del riarmo europeo e della piena adesione alla linea atlantica. Pensare che Putin possa trattare serenamente con una figura di questo profilo significa sopravvalutare la posizione europea e sottovalutare la resilienza russa.
Il fattore americano: ricostruzione o colonizzazione
Il terzo elemento è forse il più rivelatore. Al vertice di Davos, l’amministrazione Trump ha lasciato intendere la disponibilità a mobilitare fino a 800 miliardi di dollari in dieci anni per la ricostruzione dell’Ucraina, attraverso grandi società americane. È difficile non leggere questa prospettiva come una forma di penetrazione economica strutturale, con ritorni immediati sui mercati finanziari e un controllo di fatto sulle risorse strategiche ucraine. Più che un piano di ricostruzione, appare come una operazione di sfruttamento garantito.
Europa marginale e divisa
In tutto questo, l’Unione europea sembra oscillare tra ambizioni di protagonismo e una realtà di subordinazione strategica. Le recenti incertezze, come la scelta danese di ridurre gradualmente il contributo militare, indicano che il consenso europeo non è infinito. Dopo tre anni di sostegno senza limiti chiari, emergono stanchezza politica, vincoli di bilancio e tensioni sociali. L’Europa continua a parlare di valori, ma fatica a definire interessi concreti e sostenibili nel lungo periodo.
La prospettiva russa: un nodo irrisolto
Dal punto di vista di Mosca, il quadro che si va delineando è tutt’altro che rassicurante: truppe occidentali ai confini, un negoziatore percepito come ostile e un’Ucraina trasformata in piattaforma economica americana. In queste condizioni, è illusorio pensare a una Russia “piegata” e disponibile a firmare qualsiasi accordo. Al contrario, simili prospettive rischiano di rafforzare la linea dura del Cremlino e di prolungare il conflitto.
Senza pace, il “dopo” è un’illusione
Il vero nodo resta uno: l’Occidente sembra voler gestire le conseguenze di una guerra che non ha ancora contribuito seriamente a far finire. Parlare del “dopo” senza una strategia credibile di pace inclusiva, che tenga conto anche delle esigenze di sicurezza russe, non è realismo ma autoillusione strategica. La storia militare insegna che le guerre non si chiudono imponendo scenari unilaterali, ma costruendo equilibri accettabili per tutte le parti. Ignorarlo significa preparare non la pace, ma il prossimo conflitto.