Gli Emirati Arabi Uniti dicono no alle università britanniche e ritirano i fondi pubblici: cresce il rischio di radicalizzazione violenta nei campus del Regno Unito

La scelta emiratina nasce da una crescente preoccupazione per il rischio di radicalizzazione islamista nei campus britannici, in particolare in relazione alla presenza di ambienti vicini alla Fratellanza Musulmana.

C’è stato un tempo in cui la città del Tamigi incarnava tutte le fattispecie del successo continentale. Ritrovarsi sotto l’ombra severa della Torre dell’Orologio significava una cosa sola: ce l’hai fatta. Forse, per alcuni, è ancora così. Soprattutto per chi continua a coltivare il mito di una Vecchia Europa ubriaca di liberalismo, ideali e superiorità morale. Ma per gli Emirati Arabi Uniti, grandi investitori nell’istruzione europea e un tempo affascinati da quel modello, non è più così. I loro figli, oggi, in Regno Unito non ce li vogliono più mandare.

La decisione, comunicata solo recentemente dalle autorità emiratine, di escludere le università britanniche dai programmi di borse di studio statali, rappresenta l’ultimo tassello di una frattura politica e culturale che si allarga da anni tra Abu Dhabi e Londra. Una frattura che ha un nome preciso e scomodo: Islam politico.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, la scelta emiratina nasce da una crescente preoccupazione per il rischio di radicalizzazione islamista nei campus britannici, in particolare in relazione alla presenza di ambienti vicini alla Fratellanza Musulmana. Un’organizzazione che gli Emirati considerano senza ambiguità una minaccia alla sicurezza nazionale, al contrario di Londra che da tempo ormai continua a muoversi in una zona grigia, rifugiandosi dietro la formula rassicurante dell’academic freedom.

Per comprendere fino in fondo la posizione emiratina è necessario fare un passo indietro. Gli Emirati Arabi Uniti sono un sistema autoritario, sì, ma dotato di una logica politica coerente. Dopo le Primavere arabe del 2011 hanno scelto consapevolmente la linea della tolleranza zero verso l’islamismo politico, sia interno che esterno, considerandolo un fattore strutturalmente destabilizzante per lo Stato.

Nel Regno Unito la narrativa è differente, i luoghi spicco di fucine intellettuali si sono ben presto tramutati in spazi ideologici estremamente polarizzati, dove fin troppo spesso le autorità hanno chiuso entrambi gli occhi dinanzi a rischi concreti di estremismo.

Non è un caso che, nel solo anno accademico 2023-2024, 70 studenti universitari nel Regno Unito siano stati segnalati al programma Prevent per sospetti di radicalizzazione islamista, quasi il doppio rispetto all’anno precedente.

Inoltre, per onestà intellettuale, c’è da render noto che questa scelta non proviene dal nulla. Al contrario il crollo del numero di studenti emiratini nel Regno Unito era già una tendenza consolidata negli ultimi anni. Secondo i dati del Ministero dell’Interno britannico, nel periodo di dodici mesi conclusosi a settembre 2025, solo 213 studenti provenienti dagli Emirati hanno ottenuto un visto per studiare nel Regno Unito. Un calo del 27% rispetto all’anno precedente e addirittura del 55% rispetto al 2022.

La risposta britannica è stata naturalmente prevedibile: la classica vecchia storia che parla di valori liberali senza però spiegare come questi possano essere altresì difesi in una società che tollera ambigui contesti di estremizzazione.

C’è un’ultima considerazione da fare, forse la più scomoda. Gli Emirati sono un Paese a maggioranza musulmana: l’Islam lo conoscono, lo vivono, ne hanno fatto l’ossatura dello Stato. Eppure, sono proprio loro ad avere oggi una linea più netta e aggressiva contro le sue distorsioni politiche rispetto a molte democrazie occidentali a maggioranza cristiana. La domanda, allora, è inevitabile: perché?

Loro ce lo dicono chiaramente: se non siete in grado di garantire che i vostri spazi formativi non diventino incubatori ideologici, non formerete le nostre élite.

Forse perché distinguere la fede e la radicalizzazione non è islamofobia.

Forse perché si ha il coraggio di distinguere certe frange, mentre noi, in Occidente, continuiamo a guardare all’Islam come a un monolite: incapaci di coglierne le sfumature che ci aiuterebbero davvero a comprenderlo, di rispettare gli influssi positivi che ha avuto sulla nostra storia e, al contempo, di combattere senza sosta quelle organizzazioni che fanno apertamente proselitismo estremista proprio sotto quei luoghi, le nostre Torri dell’Orologio, che per secoli hanno rappresentato un sogno più grande. Quello di un’Europa che non aveva paura dell’altro, perché sapeva essere forte, punto di riferimento per le élite culturali e intellettuali.