09 Gennaio 2026
A Minneapolis una ragazza è stata uccisa da agenti federali dell’ICE durante un’operazione di controllo migratorio. Un’esecuzione che il potere prova a giustificare con la solita retorica dell’“autodifesa”, mentre le strade raccontano un’altra verità: uno Stato armato fino ai denti che colpisce i più deboli e poi pretende silenzio. Non è un incidente. È il risultato diretto di una politica che ha fatto della repressione un metodo di governo.
Donald Trump ha riportato l’America indietro di decenni, normalizzando la violenza istituzionale, criminalizzando migranti e povertà, trasformando le forze federali in strumenti di intimidazione sociale. L’ICE non è più un’agenzia amministrativa: è diventata una polizia politica, libera di agire nei quartieri popolari come in territorio occupato. Minneapolis, già ferita dall’omicidio di George
Floyd, torna così a essere simbolo di una democrazia svuotata, dove la vita di una donna vale meno della propaganda securitaria.
Ma sarebbe un errore considerare questa tragedia un problema solo americano. In Europa, e in Italia in particolare, soffiano venti pericolosamente simili. Giorgia Meloni e Matteo Salvini guardano da tempo a quel modello: confini militarizzati, diritti compressi, retorica dell’emergenza usata per giustificare ogni abuso. La storia insegna che quando la sicurezza diventa un feticcio, la libertà è la prima vittima.
Il punto non è l’immigrazione, ma il potere. Un potere che, quando non trova argini politici e sociali, finisce per colpire chiunque sia considerato “di troppo”: migranti, oppositori, poveri. La morte di Minneapolis è un avvertimento chiaro. O si difendono i diritti, tutti, o la violenza di Stato diventa la norma. E allora nessuno potrà dirsi davvero al sicuro.
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