Trump vuole la Groenlandia, l’Europa balbetta: cronaca lisergica di un continente in pigiama strategico

Tra minacce, Nato come souvenir e solidarietà tiepida, Bruxelles scopre che contro Trump serve forza, non comunicati

C’è Donald Trump che guarda una mappa come un giocatore d’azzardo alle tre del mattino, occhi rossi e dita unte di potere, e vede la Groenlandia come una fiches dimenticata sul tavolo. La prende, la rigira, la scuote. “Sicurezza nazionale”, borbotta, mentre dall’Europa arriva il suono inconfondibile del panico educato: comunicati, portavoce, condizionali. L’arte suprema dell’impotenza multilaterale.

La Nato, intanto, viene trattata come un vecchio vinile romantico: bello da ricordare, inutile da suonare. Se Trump decidesse di passare dalle parole ai fatti, il Patto Atlantico diventerebbe un poster sbiadito in una sala d’attesa di Bruxelles, con l’aria condizionata rotta e nessuno che sappia chi deve parlare per primo. La Danimarca alza la voce — miracolo nordico — e dice una cosa semplice: se ci attaccate, finisce tutto. Un concetto chiaro, quasi americano. Ma attorno, il coro europeo canta in falsetto.

Starmer si schiera, l’Ue “difende i principi”, la Groenlandia chiede di essere lasciata in pace. Sessantamila persone su un iceberg diventano il test di Rorschach della nostra debolezza: vediamo valori, carte Onu, solidarietà. Trump vede territorio, risorse, navi nemiche immaginarie. È un match di boxe tra uno che tira pugni e ventisette che discutono il regolamento.

L’Europa sembra un continente in pigiama strategico, colto di sorpresa mentre dormiva nel sogno umido dell’unità. Contro un Presidente che ragiona a colpi di annessione, risponde con note verbali. Reality check: finché Bruxelles confonderà la forza con il linguaggio inclusivo, Trump continuerà a fare shopping geopolitico. E la Groenlandia resterà lì, ghiacciata, a riflettere la nostra immagine: grande, fredda e incapace di muoversi insieme.