Ucraina, Yermak fuori gioco: Kiev in delirio, il palazzo trema, lo staff di Zelensky implode e l’aria puzza di corruzione
Perquisizioni, dimissioni e negoziati in fiamme: l’Ucraina vive un trip politico dove realtà e paranoia si rincorrono
Kiev si sveglia con il battito accelerato, come dopo una notte passata a masticare paranoia e caffè bruciato. Qualcuno dice “terremoto politico”, ma sembra più un pugno allo stomaco del potere: Andriy Yermak, il gran burattinaio dello staff presidenziale, si ritrova la casa invasa da uomini con badge luccicanti e facce da lunedì mattina. Un attimo prima stai negoziando con gli Stati Uniti per fermare la guerra, quello dopo cerchi la tua dignità tra i cassetti rovesciati.
Zelensky, in TV, appare come un predicatore sotto anfetamine istituzionali: parla di unità, di trappole russe, del rischio di perdere “noi stessi”. Poi sgancia la testata: reset totale dell’Ufficio del Presidente. Yermak ha consegnato le dimissioni. È il genere di frase che fa vibrare Kiev come un vecchio neon in una stazione sovietica.
Intanto Yermak tace, almeno per un po’. Poi su Telegram compare serafico, quasi zen: “Collaborerò pienamente”. Gli investigatori hanno avuto accesso a tutto, dice, come se aprire la porta a un uragano fosse un gesto ordinario. Nessuna motivazione ufficiale, solo il rumore di fondo di un Paese che vive in stato di allarme permanente.
Sul fronte energetico, intanto, l’inchiesta avanza come un bulldozer impazzito: Ministri che saltano, nomi pesanti che si impolverano, imprenditori troppo vicini al sole che cadono giù bruciacchiati. È un carosello di accuse e dimissioni, un luna park corrosivo dove tutti fingono di non sentire il rumore dei cavi che si spezzano.
E il dettaglio più grottesco lo scopri alla fine: Yermak doveva volare a Miami per incontrare gli emissari di Trump e il sacro genero Kushner. Ma ora il viaggio evapora, inghiottito dal ciclone. I negoziati ballano sul bordo dell’abisso. E Kiev continua a tremare, non si capisce più se per le bombe, per la corruzione o per la strana vertigine di un Paese che corre senza rete in un sogno sempre più allucinato.