Southern Spear nei Caraibi: navi da guerra, paranoia e fantasmi imperiali davanti alle coste del Venezuela

Tra proclami di pace, retorica antidroga e minacce di invasione, la frontiera dei Caraibi diventa un palcoscenico da delirio geopolitico

La notizia è piombata addosso come un rumore di eliche fuori dalla finestra alle quattro del mattino: Washington ha tirato fuori l’ennesimo nome da film d’azione – Southern Spear – e ora le sue navi da guerra scivolano verso il Venezuela come squali affamati sotto steroidi diplomatici. Pete Hegseth, nuovo profeta dell’ordine a stelle e strisce, vende l’operazione come una caccia ai “narcoterroristi”, un’etichetta che gli USA attaccano sulla prima cosa che non possono comprare.

A Caracas, intanto, Nicolás Maduro parla di “pace nel continente” con il tono di chi sa che la pace è diventata una specie di miraggio politico da bere liscio, senza ghiaccio. Jorge Rodríguez agita il campanello d’allarme: “conseguenze incalcolabili”, che nella lingua dei Caraibi significa che qualcuno potrebbe far saltare il banco e nessuno sa dove rotoleranno le fiches.

Il Ministero degli Esteri venezuelano vede in Southern Spear zero droga e molta geopolitica: “forma massima di aggressione”, “tentativo di invasione”, parole che odorano di benzina e vecchi manuali di guerra fredda. Dall’altra parte del mare, il Pentagono si vanta del ventesimo colpo contro una presunta nave carica di polvere bianca: ottanta morti in una campagna che somiglia più a una roulette che a un’operazione di sicurezza.

Poi arrivano le indiscrezioni del Wall Street Journal: porti, aeroporti, strutture navali già individuati come bersagli. Come se i Caraibi fossero un tabellone da tiro a segno e non una regione abitata da milioni di persone che vorrebbero solo evitare di essere statistiche.

Il vento di guerra sferza ancora le onde. E la pace, come sempre, resta un messaggio che vola leggero, troppo leggero, sopra il rumore dei motori.