03 Marzo 2026
Lingotti d'oro. Fonte: Imagoeconomica
Nuovo record storico per l'Oro, salito a 5.326 dollari per oncia, dopo i raid di Israele e Usa contro l'Iran. In sole due settimane il prezzo è balzato del +9%, mentre da inizio anno il rialzo supera il +13%. L'argento mostra oggi una correzione del -3% che segnala la volatilità estrema dei mercati delle materie prime preziose.
Il dato è tanto più significativo se si considera che appena il 17 febbraio il prezzo si attestava a 4.882 dollari/oz e in meno di tre settimane il rialzo ha raggiunto il +9,1%. Su base mensile, da inizio febbraio circa, la performance supera il +8,6%, mentre da inizio 2026 il guadagno complessivo si avvicina al +13%, partendo dai 4.713 dollari di gennaio. Il sentimento degli operatori istituzionali registrato oggi è ai massimi assoluti: l'indice normalizzato tocca 0,99 su una scala da -1 a +1, a conferma della lettura unanimemente rialzista del mercato.
Il principale motore del rialzo dell’oro resta la crisi geopolitica in Medio Oriente. Nei giorni scorsi, Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi militari contro l’Iran, innescando un’escalation che ha scosso i mercati globali. L’incertezza geopolitica ha alimentato la domanda di beni rifugio, mentre il calo dei rendimenti dei Treasury ha ridotto il costo-opportunità dell’oro. L’effetto del rafforzamento del dollaro è stato marginale, ampiamente compensato dalla corsa verso safe haven.
Secondo gli analisti citati da Barron’s, parte del recente rialzo potrebbe avere un carattere speculativo, ma i fondamentali rimangono solidi: le banche centrali continuano ad acquistare oro come riserva strategica e le tensioni geopolitiche non mostrano segnali di attenuazione nel breve periodo.
L’argento ha registrato un’impennata straordinaria: da 73,54 dollari/oz del 17 febbraio fino a un picco di 96,93 dollari il 1° marzo, un balzo del +31,8% in appena 12 giorni di contrattazione. Tuttavia, il prezzo attuale corregge bruscamente a86,18 dollari, cedendo il -3% rispetto alla chiusura precedente, con un range di seduta tra 83 e 91,6 dollari, a testimonianza dell’estrema volatilità. L’argento, a causa del suo elevato utilizzo industriale (fotovoltaico, elettronica, semiconduttori), è soggetto a oscillazioni più ampie: la domanda speculativa si sovrappone a quella strutturale legata alla transizione energetica, generando movimenti di prezzo instabili nel breve periodo.
Il rally dell’oro nel 2026 non è frutto del caso, ma il risultato di diverse forze strutturali che si sono sommate all’attuale catalizzatore geopolitico. Gli acquisti delle banche centrali, in particolare di Cina, India e numerosi paesi emergenti, continuano a diversificare le riserve in oro, riducendo l’esposizione al dollaro. I tassi reali rimangono incerti: sebbene la Fed abbia avviato un ciclo di taglio, l’inflazione residua mantiene i rendimenti reali contenuti, favorendo l’oro. Le tensioni geopolitiche strutturali, dalle relazioni tra Stati Uniti e Cina al conflitto in Medio Oriente, mantengono alto il premio al rischio nei portafogli. Anche la domanda retail in Asia, soprattutto di oro fisico da parte dei consumatori cinesi e indiani, resta robusta, sostenendo i prezzi anche nei momenti di debolezza.
Il precedente massimo storico, registrato a circa 5.200 dollari l’oncia a fine febbraio 2026, viene oggi superato in modo netto.
Resta comunque fondamentale considerare che, a questi livelli di prezzo, il rischio di correzione è rilevante. Gli analisti citati da Barron’s sottolineano come i recenti movimenti contengano una componente speculativa legata alla crisi iraniana, destinata a ridursi in caso di de-escalation. Per questo, una gestione prudente del portafoglio suggerisce di evitare un’eccessiva concentrazione su questo asset, pur riconoscendone l’importante ruolo difensivo e strategico.
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