Oro record storico a $5300/oz dopo raid Israele-Usa sull'Iran (+13% da inizio 2026), argento in calo a 86 $/oz (-3%)
Tra tensioni geopolitiche e domanda di safe haven, l’oro continua a salire verso nuovi massimi storici, mentre l’argento mostra oscillazioni estreme, confermando l’impatto combinato di fattori strutturali, speculativi e della transizione energetica sui metalli preziosi
Nuovo record storico per l'Oro, salito a 5.326 dollari per oncia, dopo i raid di Israele e Usa contro l'Iran. In sole due settimane il prezzo è balzato del +9%, mentre da inizio anno il rialzo supera il +13%. L'argento mostra oggi una correzione del -3% che segnala la volatilità estrema dei mercati delle materie prime preziose.
Oro record storico a $5300/oz dopo scoppio guerra Usa-Israele contro Iran (+13% da inizio 2026), argento a 86 $/oz (-3%)
Il dato è tanto più significativo se si considera che appena il 17 febbraio il prezzo si attestava a 4.882 dollari/oz e in meno di tre settimane il rialzo ha raggiunto il +9,1%. Su base mensile, da inizio febbraio circa, la performance supera il +8,6%, mentre da inizio 2026 il guadagno complessivo si avvicina al +13%, partendo dai 4.713 dollari di gennaio. Il sentimento degli operatori istituzionali registrato oggi è ai massimi assoluti: l'indice normalizzato tocca 0,99 su una scala da -1 a +1, a conferma della lettura unanimemente rialzista del mercato.
Fattori geopolitici al centro del rally
Il principale motore del rialzo dell’oro resta la crisi geopolitica in Medio Oriente. Nei giorni scorsi, Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi militari contro l’Iran, innescando un’escalation che ha scosso i mercati globali. L’incertezza geopolitica ha alimentato la domanda di beni rifugio, mentre il calo dei rendimenti dei Treasury ha ridotto il costo-opportunità dell’oro. L’effetto del rafforzamento del dollaro è stato marginale, ampiamente compensato dalla corsa verso safe haven.
Secondo gli analisti citati da Barron’s, parte del recente rialzo potrebbe avere un carattere speculativo, ma i fondamentali rimangono solidi: le banche centrali continuano ad acquistare oro come riserva strategica e le tensioni geopolitiche non mostrano segnali di attenuazione nel breve periodo.
Argento tra record e volatilità
L’argento ha registrato un’impennata straordinaria: da 73,54 dollari/oz del 17 febbraio fino a un picco di 96,93 dollari il 1° marzo, un balzo del +31,8% in appena 12 giorni di contrattazione. Tuttavia, il prezzo attuale corregge bruscamente a86,18 dollari, cedendo il -3% rispetto alla chiusura precedente, con un range di seduta tra 83 e 91,6 dollari, a testimonianza dell’estrema volatilità. L’argento, a causa del suo elevato utilizzo industriale (fotovoltaico, elettronica, semiconduttori), è soggetto a oscillazioni più ampie: la domanda speculativa si sovrappone a quella strutturale legata alla transizione energetica, generando movimenti di prezzo instabili nel breve periodo.
Forze strutturali a sostegno dell’oro
Il rally dell’oro nel 2026 non è frutto del caso, ma il risultato di diverse forze strutturali che si sono sommate all’attuale catalizzatore geopolitico. Gli acquisti delle banche centrali, in particolare di Cina, India e numerosi paesi emergenti, continuano a diversificare le riserve in oro, riducendo l’esposizione al dollaro. I tassi reali rimangono incerti: sebbene la Fed abbia avviato un ciclo di taglio, l’inflazione residua mantiene i rendimenti reali contenuti, favorendo l’oro. Le tensioni geopolitiche strutturali, dalle relazioni tra Stati Uniti e Cina al conflitto in Medio Oriente, mantengono alto il premio al rischio nei portafogli. Anche la domanda retail in Asia, soprattutto di oro fisico da parte dei consumatori cinesi e indiani, resta robusta, sostenendo i prezzi anche nei momenti di debolezza.
Il precedente massimo storico, registrato a circa 5.200 dollari l’oncia a fine febbraio 2026, viene oggi superato in modo netto.
Rischi e gestione prudente del portafoglio
Resta comunque fondamentale considerare che, a questi livelli di prezzo, il rischio di correzione è rilevante. Gli analisti citati da Barron’s sottolineano come i recenti movimenti contengano una componente speculativa legata alla crisi iraniana, destinata a ridursi in caso di de-escalation. Per questo, una gestione prudente del portafoglio suggerisce di evitare un’eccessiva concentrazione su questo asset, pur riconoscendone l’importante ruolo difensivo e strategico.