Piano casa, 8 miliardi e sistema unico: svolta strutturale per l’housing sociale o nuova centralizzazione burocratica dello Stato abitativo italiano?

Il governo punta su governance integrata, comitato nazionale e piattaforma di monitoraggio. Ma il nodo resta: più offerta reale e libertà urbana o redistribuzione amministrata della scarsità?

Otto miliardi di euro. È questa la cifra simbolo del nuovo piano casa che punta a trasformare l’housing sociale in un sistema unico e integrato. Un progetto ambizioso che si inserisce dentro una cornice più ampia di interventi già in essere, per un valore complessivo di circa 33 miliardi, e che dichiara un obiettivo chiaro: superare la frammentazione delle politiche abitative e costruire un modello coordinato, capace di rispondere in modo strutturale alla crescente pressione sociale.

Il disegno prevede l’introduzione di un sistema unico di housing sociale, dentro cui dovrebbero confluire residenze per studenti, giovani coppie, lavoratori fuori sede, anziani fragili, disabili e nuclei monogenitoriali. A supporto, un fondo da 660 milioni destinato al sostegno degli affitti e alla morosità incolpevole, una piattaforma digitale per il monitoraggio degli interventi e un Comitato nazionale presso il Mit incaricato di coordinare adeguamenti normativi, pianificazione strategica, strumenti di finanziamento e verifica dei risultati.

La parola chiave è governance. Ed è proprio qui che si gioca la partita.

Un sistema unico può significare razionalizzazione, efficienza, superamento delle sovrapposizioni. Può voler dire evitare che studenti e famiglie fragili competano per le stesse risorse in un quadro disordinato. Può tradursi in maggiore trasparenza, se la piattaforma di monitoraggio funzionerà davvero come strumento di controllo e non come archivio formale.

Ma un sistema unico è anche, inevitabilmente, una scelta di centralizzazione. La creazione di un comitato nazionale che coordini norme, strategie e finanziamenti segna un passaggio politico preciso: lo Stato torna a essere regista strutturale del mercato abitativo. Non più semplice correttore delle distorsioni, ma attore organizzatore.

La domanda, allora, non è se serva un intervento pubblico. Serve. Il problema abitativo nelle grandi città è evidente: prezzi immobiliari fuori scala rispetto ai redditi, difficoltà di accesso al credito, carenza di offerta in locazione, tempi urbanistici che paralizzano nuovi progetti. Milano, Roma, Bologna e Firenze stanno vivendo una pressione che rischia di trasformare il diritto alla mobilità in un privilegio per pochi.

La questione è un’altra: questo piano aumenterà davvero l’offerta o redistribuirà quella esistente?

Perché senza un deciso intervento sulla semplificazione urbanistica, sugli incentivi fiscali alla locazione e sull’attrattività degli investimenti privati, il rischio è che gli 8 miliardi si traducano in un’azione redistributiva ma non trasformativa. Si allevia la tensione, ma non si modifica la struttura del mercato. Si sostiene la domanda fragile, ma non si amplia significativamente l’offerta.

E l’Italia non ha bisogno di amministrare la scarsità. Ha bisogno di generare disponibilità abitativa.

C’è poi un aspetto culturale che raramente entra nel dibattito tecnico: quale modello di città vogliamo costruire? L’housing sociale non è solo un capitolo di spesa, è una dichiarazione di visione. Decide se le città saranno luoghi dinamici, capaci di attrarre studenti e giovani professionisti, oppure spazi segmentati in cui l’accesso è regolato sempre più dall’intervento pubblico.

Se lo Stato diventa il principale attore strutturale dell’offerta sociale, il mercato tende fisiologicamente a ritirarsi nelle fasce più redditizie. È un equilibrio delicato. L’housing pubblico funziona quando è leva e catalizzatore, non quando sostituisce in modo permanente l’iniziativa privata.

La piattaforma digitale e il comitato nazionale potranno garantire coordinamento, ma la vera misura del successo non sarà nei fondi stanziati né nei tavoli istituiti. Sarà nel numero di nuove abitazioni effettivamente disponibili, nei tempi di realizzazione, nella capacità di attrarre capitali privati senza comprimere la libertà contrattuale.

Otto miliardi sono un segnale politico forte. Ma la politica abitativa non si giudica dagli annunci, bensì dall’impatto urbano e sociale nel medio periodo. Se il piano saprà combinare intervento pubblico e dinamismo di mercato, potrà rappresentare una svolta. Se invece si limiterà a costruire un’architettura amministrativa più sofisticata, il rischio è quello di avere un sistema unico che organizza meglio l’emergenza senza risolverla.

E in materia di casa, organizzare l’emergenza non basta. Bisogna avere il coraggio di cambiare le regole del gioco.