Fuori controllo: la rivolta silenziosa della casta manageriale nell’Occidente che ha perso la rotta

Dal mito del mercato perfetto al caos sistemico: quando il PMC scopre di non essere più al riparo

Per decenni l’Occidente ha coltivato l’illusione di un ordine liberale autoregolato, capace di garantire crescita, mobilità sociale e stabilità politica. I partiti si alternavano offrendo ricette diverse ma comprensibili: più Stato sociale o più mercato, più tasse o meno tasse. L’elettore sapeva cosa votava. Oggi non è più così. Governi come quello guidato da Keir Starmer appaiono privi di una visione organica, sospesi tra slogan morali e gestione tecnocratica. In Francia, l’esperienza centrista di Emmanuel Macron ha incarnato la fiducia quasi religiosa nella competenza amministrativa, salvo poi scontrarsi con una società frammentata e inquieta. Il nodo non è ideologico ma strutturale: la politica ha smesso di governare processi che essa stessa ha liberato.

La lunga marcia del PMC

La sinistra tradizionale ha progressivamente sostituito la propria base operaia con una nuova élite urbana, la cosiddetta casta professionale e manageriale (PMC): laureati, consulenti, quadri intermedi, funzionari pubblici. Un ceto cosmopolita, socialmente liberale, favorevole alla globalizzazione e alle aperture migratorie. Per anni questa classe ha beneficiato di privatizzazioni, liberalizzazioni e finanziarizzazione. Ha comprato azioni, investito in immobili, sostenuto l’integrazione europea. Ha guardato con diffidenza fenomeni come la Brexit e con ostilità ogni tentativo di ritorno alla sovranità economica. Eppure oggi è proprio il PMC a scoprire che il meccanismo deregolato non garantisce più protezione. Servizi pubblici peggiorati, infrastrutture inefficienti, precarizzazione dei figli iper-istruiti, sanità e istruzione sempre più costose: il disagio sale anche nei quartieri benestanti.

Il mito dell’auto-organizzazione

Dagli anni Ottanta si è imposto un dogma: il mercato, lasciato libero, tende spontaneamente all’equilibrio. Ma si trattava di una fede, non di una scienza verificabile. I mercati mettono in contatto domanda e offerta; non garantiscono coerenza sociale, né stabilità territoriale. La privatizzazione dei monopoli naturali – energia, trasporti, telecomunicazioni – ha prodotto strutture opache, catene di proprietà globali, call center remoti e responsabilità diluite. Ricondurre questi sistemi a una logica pubblica è oggi quasi impossibile: non basta cambiare l’azionista se la cultura aziendale è plasmata dalla massimizzazione del profitto trimestrale. La Russia post-sovietica degli anni Novanta ha conosciuto un trauma simile. Ma Mosca, sotto Vladimir Putin, ha poi ricostruito un centro decisionale forte, riportando settori strategici sotto controllo nazionale. L’Occidente, al contrario, ha continuato a frammentare.

Tecnologia e irresponsabilità

L’adozione accelerata dell’intelligenza artificiale è emblematica. Annunciare tagli al personale per sostituirlo con algoritmi fa salire le azioni. Ma nessuno può davvero misurare gli effetti sistemici: perdita di competenze, errori opachi, dipendenza da piattaforme private. Il principio evocato da William Gibson in Neuromancer – “la strada trova il proprio uso delle cose” – si applica perfettamente: ogni innovazione viene sfruttata innanzitutto da chi ha meno scrupoli. La globalizzazione dei capitali, combinata con deregolamentazione e mobilità incontrollata, ha generato reti criminali transnazionali e asimmetrie ingestibili. Il risultato è un sistema caotico, dove variabili economiche, tecnologiche e giuridiche interagiscono senza regia politica.

La questione iraniana e i limiti della forza

Questa perdita di controllo si riflette anche nella proiezione militare. Gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza nel Golfo per mantenere un’opzione credibile contro l’Iran, ma le capacità reali appaiono limitate rispetto all’enormità dell’obiettivo. Le forze navali dispongono di un numero finito di missili da crociera; l’aviazione dovrebbe operare da basi lontane per evitare la minaccia dei missili iraniani. Teheran, sostenuta da intelligence russa e cinese, conserva una capacità di deterrenza significativa, inclusa la rete di alleati regionali.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu spinge per un confronto risolutivo, ma la Casa Bianca appare più incline a usare la pressione militare come leva negoziale. Una guerra totale contro un Paese di 90 milioni di abitanti, fortezza geografica e politica, sarebbe un salto nel buio.

Il treno senza macchinista

Il paradosso è evidente: nessuno sembra davvero al comando. Né i governi, che hanno ceduto sovranità ai mercati, né le élite economiche, spesso incapaci di pianificazione di lungo periodo. Il PMC, che aveva sostenuto questo modello, ora ne subisce le conseguenze. Quando anche i professionisti benestanti temono per il futuro dei figli, quando la mobilità sociale si blocca e i servizi decadono, la stabilità politica vacilla. La protesta non nasce più solo nelle periferie industriali, ma nei centri urbani istruiti. Se c’è una possibilità di inversione, essa potrebbe paradossalmente emergere proprio da questa presa di coscienza: un ceto che si scopre vulnerabile potrebbe chiedere il ritorno di uno Stato capace di pianificare, regolare, proteggere. Non è una garanzia di successo. Ma è forse l’unico spiraglio in un Occidente che, dopo aver smantellato i propri argini, si accorge che il fiume è ormai in piena.