Montagna, nuova mappa e meno Comuni: 3.715 enti ridefiniti, 218mila residenti in più dal 2019 e risorse concentrate su 12 milioni di italiani
Il decreto attuativo restringe i perimetri amministrativi, ridisegna criteri e fondi: 151mila kmq coinvolti, indicatori socio-economici in evoluzione e sfida servizi nelle aree interne
La montagna amministrativa cambia perimetro e dimensione. La nuova bozza di decreto attuativo ridisegna i confini dei Comuni montani italiani, fissando a 3.715 il numero degli enti che rientreranno nella definizione aggiornata. Si tratta di 347 Comuni in meno rispetto agli attuali 4.062 classificati secondo i criteri della legge 991/1952. Una revisione tecnica che produce effetti demografici e finanziari di ampia portata.
Oggi nei Comuni montani vive circa il 20% della popolazione italiana. Con la nuova mappatura i residenti coinvolti salgono a 12,02 milioni, pari al 20,4% del totale nazionale. L’operazione non si limita a una riclassificazione cartografica: ridisegna la geografia delle politiche pubbliche, dalla fiscalità di vantaggio ai fondi strutturali, fino ai trasferimenti perequativi.
La superficie interessata dalla nuova definizione ammonta a 151.852 chilometri quadrati, su un totale nazionale di 187.122. La riforma introduce criteri tecnici più selettivi: per essere riconosciuto come montano, un Comune deve soddisfare almeno uno dei parametri stabiliti, tra cui l’altitudine media superiore a 600 metri o una pendenza significativa del territorio. Il risultato è una delimitazione più stringente, che concentra l’intervento pubblico su aree con effettive caratteristiche morfologiche e strutturali di montanità.
Il confronto tra vecchia e nuova classificazione evidenzia uno spostamento interno. Dei 4.062 Comuni precedentemente inclusi, 3.417 erano totalmente montani e 645 parzialmente montani. Con il nuovo impianto il numero scende a 3.715, con una popolazione che passa da 19,64 milioni complessivi a 12,02 milioni considerati pienamente nell’area ridefinita. La riduzione dei perimetri amministrativi comporta una riallocazione delle risorse e una ridefinizione delle priorità territoriali.
Dal 2019 a oggi i Comuni montani hanno registrato 218 mila nuovi residenti. Un dato che interrompe una traiettoria di lungo periodo segnata da spopolamento e invecchiamento demografico. L’attrattività recente si lega a dinamiche diverse: smart working, costo della vita inferiore rispetto ai grandi centri urbani, domanda di qualità ambientale. Tuttavia il saldo resta fragile e distribuito in modo disomogeneo, con aree alpine e appenniniche che mostrano andamenti divergenti.
L’analisi degli indicatori socio-economici conferma una struttura territoriale complessa. Nei Comuni montani il tasso medio di auto a basse emissioni è pari al 23,9% contro una media nazionale del 21,5%. La superficie comunale coperta da aree naturali protette raggiunge il 24,4%, a fronte del 16,4% nazionale, segnalando un capitale ambientale superiore ma anche vincoli gestionali più stringenti. La pericolosità da frane elevata o molto elevata interessa il 13,5% del territorio, quasi il triplo rispetto al 4,6% dei Comuni non montani. La distanza media dal polo più vicino con servizi essenziali arriva a 39,1 minuti, contro i 31,1 della media italiana.
Il capitale umano presenta una distribuzione in linea con il dato nazionale per quanto riguarda il titolo di studio fino alla licenza media tra i 25 e i 64 anni, pari al 36%. Il tasso di occupazione nella fascia 20-64 anni si attesta al 64,7%, vicino al 65,9% italiano. La montagna contemporanea mostra quindi una struttura socio-economica meno periferica rispetto al passato, pur restando esposta a fragilità infrastrutturali e logistiche.
La revisione dei confini amministrativi assume così una valenza strategica. Concentrando gli strumenti di sostegno su territori con caratteristiche oggettive di montanità, il legislatore mira a rendere più efficiente l’allocazione delle risorse. La sfida riguarda la capacità di trasformare l’aumento dei residenti in sviluppo stabile, rafforzando servizi di prossimità, connessioni digitali e filiere produttive locali. In gioco c’è un quinto della popolazione italiana e oltre 150 mila chilometri quadrati di territorio, con un impatto diretto sulla coesione nazionale e sulla sostenibilità di lungo periodo.