Gian Maria Mossa (Banca Generali): L’intelligenza artificiale non sostituirà i banker ma ne migliorerà il lavoro, non temo quei robot"

"L'intelligenza artificiale migliorerà il lavoro dei banker e non sostituirà il servizio dei consulenti finanziari, che è essenziale soprattutto quando i mercati calano", parla Gian Maria Mossa, Amministratore delegato di Banca Generali

"Niente paura. L’intelligenza artificiale servirà a migliorare il lavoro dei banker e non sostituirà il servizio dei consulenti. Anzi, ci farà crescere. Dopo il record dell’anno scorso puntiamo sulle nuove sinergie con Generali, che valgono più di un’acquisizione, e sulla spinta di Intermonte verso i clienti imprenditori". Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali, ha fatto il punto con ClassCnbc sulla strategia per il nuovo anno e sull’impatto della tecnologia sul settore del risparmio gestito.

Mossa, questa settimana la paura che l’AI possa sostituire parte del vostro lavoro ha colpito duro i titoli del wealth management, compresa Banca Generali.

Il mercato è molto nervoso: c’è tanta liquidità ma anche tanta paura di una correzione e bastano notizie lontane dal business per colpire un intero settore. Nel dettaglio, tool come Altruist risolvono esigenze specifiche degli Stati Uniti, che non sono quelle italiane. Nella gestione della complessità patrimoniale delle famiglie italiane non vedo troppo spazio per una macchina, anche se intelligente. È un overshooting che credo si riassorbirà: la relazione di lungo periodo tra cliente e banker non è sostituibile.

Quindi non vede rischi?

L’AI è una disruption molto positiva, soprattutto per il nostro settore. Porta efficienza, aumenta la produttività dei banker e semplifica i processi operativi con un supporto molto competente in ambito finanziario. Al banker resta il compito di farne buon uso per intensificare la relazione e la qualità del servizio. Stiamo guidando una trasformazione culturale forte con ambasciatori dell’AI in ogni funzione e vediamo già proliferare agenti che migliorano l’efficienza. Sono molto ottimista sull’innovazione tecnologica e sui suoi benefici in termini di produttività, raccolta e risultati finanziari.

A Wall Street pensano che le nuove applicazioni di AI cambieranno il mondo dei servizi finanziari arrivando a offrire consigli direttamente agli investitori.

Non è la prima volta che si pensa alla tecnologia come alternativa alla professionalità dei banker. Questa tesi regge fino alla prossima correzione dei mercati. Nel comportamento degli investitori c’è poca razionalità e la migliore modalità resta ragionare per bisogni: capire la natura del patrimonio di una famiglia e solo dopo allocare le risorse. Il lavoro maggiore è mantenere i nervi saldi nei momenti di difficoltà e faccio fatica a pensare che una macchina riesca a farlo. In Europa e in Italia i robo-advisor si sono scontrati con l’emotività delle persone e l’incertezza dei mercati.

In effetti i private banker sono sempre più ricercati. Come vi muovete sul recruiting? Guardate anche alle uscite da Mediobanca?

Non guardiamo a un singolo competitor ma a tutti i banker che vogliono fare attività imprenditoriale con alle spalle il miglior posto per fare private banking in Italia. Il nostro posizionamento è unico: oltre 2.500 clienti sopra i 5 milioni, portafoglio medio di 15 milioni, più di 80 miliardi di euro di masse private e una piattaforma aperta.

Il 2025 è stato l’anno dell’offerta di Mediobanca su Banca Generali, ma avete chiuso con record di utili e masse. Se lo aspettava?

Siamo molto soddisfatti. Quando è venuta meno l’incertezza la reazione della rete è stata molto forte. Il 2025 non è stato solo l’anno dell’offerta di Mediobanca, ma anche quello in cui con Generali abbiamo rafforzato la partnership entrando nel mondo dell’insurbanking, che avrà un forte impatto. Io la considero quasi un’acquisizione: questo rinnovato impegno di avvicinare Generali e Banca Generali crea ottime prospettive per il nostro business.

In concreto quali nuove sinergie vede con Generali?

La prima progettualità è lavorare su una protezione a 360 gradi, non solo finanziaria. E poi c’è la forza distributiva: Generali è il canale più presente in Italia e ha un portafoglio clienti enorme. Possiamo approcciare il mondo affluent con Alleanza e al tempo stesso entrare come banca nel portafoglio assicurativo per seguire l’intero ciclo di vita del cliente. È una grande opportunità, tra know-how assicurativo e potenza distributiva.

Il passaggio generazionale nelle imprese italiane sarà imponente nei prossimi anni. Che cosa rappresenta per voi?

È un tema rilevante per il Paese. Stiamo lavorando a un progetto che lanceremo a breve per valorizzare le piccole e medie imprese quotate virtuose e creare un effetto-emulazione su quelle che non hanno ancora quei requisiti. Vogliamo portare capitali e investitori, aiutando le imprese a crescere in capitalizzazione e multipli, così che il mercato dei capitali diventi un vero competitor di altre forme di investimento come il private equity. È una discontinuità epocale da cui possiamo rilanciare il mondo delle PMI.

Che ruolo avrà Intermonte in questa strategia?

Vogliamo farne la banca d’investimento della piccola e media impresa italiana. La professionalità di Intermonte, unita ai brand Generali e Banca Generali, crea un’alternativa per un dialogo di lungo periodo con l’imprenditore, non solo per il deal ma per la costruzione di valore nel tempo. Abbiamo già avuto oltre 160 incontri con imprenditori e chiuso i primi mandati. È una disruption nel modello di private banking: la porta d’ingresso non è l’impresa ma l’imprenditore con la sua famiglia e il suo patrimonio.

Mercati nervosi ma indici sui massimi: qual è la principale sfida del 2026 per chi investe?

La prima sfida, vista la demografia italiana, è dare continuità generazionale ai grandi patrimoni. La seconda è mantenere esposizione all’economia e ai beni reali in un contesto di debasement monetario. Restare investiti significa accettare volatilità nel breve periodo, quindi lavoriamo su strumenti di protezione del downside. Abbiamo appena lanciato linee di gestione che investono in azioni promettenti strutturando derivati di copertura per ridurre la volatilità e sfruttare i dividendi.

E per voi?

Manteniamo un atteggiamento prudente perché lo scenario è incerto, ma raramente sono stato così ottimista in prospettiva. Abbiamo indicato un target di raccolta superiore a 6,5 miliardi - di cui almeno 4 in asset under investment -, un margine di interesse di 330-340 milioni e la conferma della redditività del portafoglio gestito. I costi cresceranno del 6-8% ma in gran parte per progetti futuri. Ottimismo quindi, con prudenza guidata dal contesto.

Fonte: Milano Finanza